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Ma gli Stati Uniti sempre più soli
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 15/06/2026
Paolo Gentiloni sostiene che Donald Trump arrivi al G7 non da vincitore, ma con un bilancio geopolitico negativo dopo la guerra contro l’Iran.I Il suo unilateralismo, infatti, non avrebbe rafforzato la leadership americana, ma rischia progressivamente di isolare gli Stati Uniti sulla scena internazionale. L’accordo raggiunto con Teheran è solo un Memorandum d’intesa e lascia aperte questioni cruciali come il nucleare e le sanzioni. Come spiega nell'editoriale su Repubblica, il conflitto ha prodotto effetti opposti a quelli sperati da Washington: l’Iran è uscito rafforzato, la Russia ha beneficiato dell’aumento dei prezzi energetici e la Cina ha guadagnato spazio strategico. Anche gli alleati europei sono rimasti ai margini. Un altro tema centrale dell’analisi, infatti, riguarda l'Europa. Gentiloni sottolinea come i Paesi del G7 siano stati sostanzialmente esclusi dalle decisioni americane sulla guerra. Alla vigilia del vertice Nato, richiama inoltre il progressivo disimpegno militare degli Stati Uniti dall’Europa e dall’Ucraina, invitando gli europei a preservare la propria dignità politica pur continuando a sostenere l’alleanza atlantica. Sul piano economico, la tregua riduce il rischio di una crisi energetica e di stagflazione, ma la crescita globale resta debole. La conclusione dell’editoriale è che la strategia di Trump rischia di trasformare lo slogan “America First” in “America alone”, con Stati Uniti sempre più isolati sulla scena internazionale.
Paolo Valentino, Corriere della Sera
Nel suo editoriale sul Corriere della Sera, Paolo Valentino descrive il G7 di Évian come un vertice dal grande valore simbolico ma sempre meno capace di influenzare gli equilibri mondiali. Nonostante Emmanuel Macron abbia organizzato un summit di grande prestigio, invitando anche leader di Paesi emergenti, il G7 appare oggi un “pallido simulacro” del passato. Valentino ricorda che il gruppo nacque nel 1975 come club delle principali democrazie industrializzate, quando rappresentava circa due terzi della ricchezza mondiale. Oggi, però, l’ascesa della Cina e dei Paesi emergenti ne ha ridotto il peso a meno del 30% del Pil globale. Secondo l'editorialista, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha aggravato questa crisi. Il presidente americano ha mostrato più volte diffidenza verso il G7 e verso il multilateralismo, preferendo rapporti di forza bilaterali. Per questo il vertice rischia di trasformarsi in un rituale fatto di dichiarazioni solenni ma con scarso impatto reale. A pesare è anche la debolezza politica di molti leader occidentali: Macron, Merz e Starmer affrontano difficoltà interne, mentre altri governi hanno priorità nazionali sempre più marcate. In un mondo frammentato e multipolare, il G7 fatica quindi a trovare una missione comune. Eppure - conclude l’autore - il G7 non è destinato a scomparire. Né il G20, troppo ampio, né i Brics, segnati da interessi divergenti, sembrano in grado di sostituirlo. Rimane così l’“ultimo salotto dell’Occidente”: meno influente di un tempo, ma ancora privo di alternative credibili.
Alessia Melcangi, La Stampa
Sulle Pagine della Stampa, Alessia Melcangi sostiene che il principale ostacolo a una stabilizzazione del Medio Oriente non sia soltanto la complessità dell’accordo tra Stati Uniti e Iran, ma anche la strategia politica del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Secondo l’analisi, ogni volta che un negoziato sembra avvicinarsi a una conclusione, Israele interviene militarmente riportando il conflitto al centro della scena. I recenti raid su Beirut vengono letti in questa chiave: non solo come una risposta a Hezbollah, ma anche come un segnale politico rivolto a Washington e Teheran. Per Israele, infatti, l’intesa con l’Iran non garantisce la distruzione del programma nucleare iraniano, non neutralizza Hezbollah e non elimina l’influenza regionale di Teheran. Melcangi ritiene che Netanyahu persegua una logica di “guerra permanente”. La prosecuzione del conflitto gli consentirebbe di rafforzare la propria posizione interna e rinviare le divisioni politiche nel Paese. Finché Israele si percepisce sotto minaccia, il premier può presentarsi come il leader indispensabile della sicurezza nazionale. Questa impostazione entra però in contrasto con Donald Trump, che punta invece a chiudere il conflitto, riaprire lo stretto di Hormuz, ridurre le tensioni sui mercati energetici e rivendicare un successo diplomatico. L’alleanza tra Stati Uniti e Israele non è in discussione, ma appare attraversata da crescenti divergenze sugli obiettivi strategici. Il memorandum tra Washington e Teheran - conclude - non è una pace definitiva, ma rappresenta un primo passo verso la de-escalation. Tuttavia, finché il Libano resterà un terreno di scontro tra Iran, Hezbollah e Israele, ogni accordo rischierà di essere fragile e di saltare alla prossima crisi.
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