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Kepel: «Il Paese è a pezzi e la repressione interna è terrificante»

Lorenzo Cremonesi, Corriere della Sera, sabato 25 aprile

Redazione InPiù 25/04/2026

Kepel: «Il Paese è a pezzi e la repressione interna è terrificante» Kepel: «Il Paese è a pezzi e la repressione interna è terrificante» "Il regime iraniano si trova in una situazione difficilissima. Il Paese è  disastrato. E manca un vero capo carismatico in grado di mediare tra moderati e estremisti, come invece avveniva nel passato», sostiene il politologo Gilles Kepel intervistato da Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera di sabato 25 aprile. Come legge la scelta di mandare infine a Islamabad il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi? «La Casa Bianca ha esercitato un'enorme pressione su Teheran, senza ricorrere alle anni, ma con il controblocco navale. E adesso gli americani godono di un piccolo vantaggio: l'Iran è distrutto anche nelle sue infrastrutture civili. La repressione interna è terrificante: ogni giorno ci sono condanne a morte ed esecuzioni di oppositori. Ma proprio il controblocco navale Usa, che è piratesco in essenza come quello iraniano a Hormuz, è stata la misura di maggior successo. Oggi l'Iran non può più esportare petrolio, mancano i soldi per fare funzionare quel poco che è rimasto in piedi. La situazione interna è talmente grave che anche i suoi dirigenti più oltranzisti sono costretti ad accettare la ripresa dei negoziati». Perché Araghchi sulla via  del Pakistan parla con Russia e Oman? «L'Iran bombardando i Paesi alleati o comunque non nemici nel Golfo si è isolato. Le bombe specie contro il Qatar nella fase calda della guerra possono essere state utili per creare il caos. Ma il Qatar era un amico di Teheran, erano accomunati dall'ideologia dei Fratelli Musulmani contro l'imperialismo Usa, e oggi non lo sono più. Ciò che poteva essere utile nella guerra diventa un enorme problema nella fase politica. Oltretutto tante nazioni del sud globale soffrono le conseguenze del blocco di Hormuz, la mancanza di petrolio e fertilizzanti genera danni economici giganteschi. L'Iran non è più l'eroe nella lotta contro Washington, bensì il responsabile della povertà. Da qui il suo tentativo di sfuggire all'isolamento, ma non credo che funzionerà con l'Oman, che è controllato dalle monarchie del Golfo». Conseguenze? «I relativi successi iraniani delle prime settimane di guerra sono cose del passato. Oggi il regime è più in crisi che mai». Quanto peso dare alle divisioni interne alla classe dirigente iraniana, che certo non sono cosa nuova? «Nel passato la Guida Suprema era l'arbitro ultimo. A seconda dei momenti, il regime lasciava uno spazio relativo alle lotte tra fondamentalisti e moderati. La figura del presidente era in genere quella di un leader aperto alle influenze occidentali come Khatami o Rouhani, ma poi arrivava la cesura e il leader da Khomeini a Khamenei serrava le fila, diceva l'ultima parola. Oggi non c'è più nessuno. Mojtaba Khamenei è figlio dell'ultimo Leader Supremo: un fatto senza precedenti per la tradizione della Repubblica Islamica, che ha sempre rifiutato il principio della successione dinastica. Inoltre Mojtaba, il cui stato di salute è sconosciuto, non ha assolutamente il carisma del padre, non è un grande esperto della fede sciita, non ha le credenziali intellettuali e religiose, è un semplice militante dei Pasdaran». Un regime senza legittimità? «Certo, Mojtaba non ha i titoli per esercitare il potere che gli hanno conferito sotto l'incalzare dei bombardamenti. Non può essere la chiave di volta che mette assieme le tensioni politiche interne. Questa è la grande differenza col passato. Lo abbiamo visto anche nel corso delle trattative con gli Usa. Prima c'è stato l'articolo dell'ex ministro degli Esteri Mohammad Javas Zarif, che su Foreign Affairs parlava della necessità del negoziato. Poi i duri del regime hanno frenato, mirando alla soluzione militare. Oggi il controblocco ha spinto il campo dei pragmatici, con il presidente Pezezshkian e il loro ambasciatore all'Onu, hanno vinto le resistenze di chi preferiva i colloqui a Istanbul e mandato Araghchi in Pakistan». E l'Europa? «L'Europa si dimostra nemica degli Stati Uniti di Trump. Comunque, si mobilita per mantenere aperti gli stretti di Hormuz e Bab elMandeb dopo la fine della guerra in attesa delle elezioni di midterm, che potrebbero seriamente azzoppare Trump».
 
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