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I costi per il Paese
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 17/07/2026
Sul Corriere della Sera, Francesco Verderami sostiene che per Giorgia Meloni si apra la fase più difficile della sua premiership. In vista delle elezioni del 2027, la leader di Fratelli d’Italia dovrà misurarsi con un centrodestra diverso da quello del 2022, attraversato da tensioni interne che hanno prodotto, secondo l’autore, “due Forza Italia” e “due Leghe”. La “riflessione” annunciata dalla premier rappresenta la presa d’atto di questa nuova realtà. Il rischio, osserva Verderami, è che le spinte centrifughe dei partiti alleati finiscano per prevalere sull’agenda di governo proprio mentre il Paese affronta profondi cambiamenti internazionali ed economici. Per questo, sostiene, le esigenze elettorali non possono sovrapporsi alla missione per cui la maggioranza ha ricevuto il mandato degli elettori. Tra le incognite del centrodestra c’è anche il ruolo del generale Roberto Vannacci. Un’eventuale intesa con una forza definita anti-europeista e filorussa, scrive l’editorialista, rischierebbe di smentire il lavoro svolto da Meloni negli ultimi quattro anni, compromettendone la credibilità internazionale e il ruolo costruito a Bruxelles, senza offrire certezze sul piano elettorale. L’analisi si estende poi al centrosinistra. Il Campo largo, secondo Verderami, non è ancora riuscito a trasformarsi in una coalizione compiuta: l’antimelonismo costituisce oggi il principale collante, mentre restano aperte le questioni della leadership, del programma e delle scelte su temi centrali come politica economica e sostegno all’Ucraina. Per l’autore, il problema riguarda entrambi gli schieramenti. Dal 1994, centrodestra e centrosinistra non riescono a legittimarsi reciprocamente e continuano a utilizzare le forze populiste in funzione anti-avversario. In assenza di questo riconoscimento, conclude, il rischio è che la politica italiana torni nella “palude”, sacrificando stabilità e interesse nazionale.
Maurizio Maggiani, La Stampa
Su La Stampa, Maurizio Maggiani riflette sulla sentenza per il crollo del Ponte Morandi, osservando che, pur in presenza di condanne per dirigenti, funzionari e responsabili, è difficile affermare che la giustizia sia stata pienamente compiuta. L’autore riconosce che il carcere rappresenta l’ultima e più radicale espressione della giustizia, una risposta che può apparire adeguata nei confronti delle vittime, dei loro familiari e dell’intera comunità. Tuttavia, sostiene che una pena detentiva, per quanto congrua, non esaurisca il debito contratto con chi ha subito quella tragedia. Per Maggiani, la giustizia sarà davvero compiuta solo se il crollo del Morandi diventerà un evento irripetibile. Ciò significa intervenire sulle cause profonde che hanno reso possibile la tragedia, a partire da un modello in cui la ricerca del profitto e la distribuzione dei dividendi finiscono per prevalere sulla tutela della vita e sulla qualità del servizio reso alla collettività. Il “mandante morale” della strage, scrive, va ricercato proprio in questa logica. L’espressione “Mai più un Morandi”, aggiunge, non può restare una speranza o un’invocazione, ma deve trasformarsi in una certezza garantita dalle regole e dall’azione pubblica. Solo così la giustizia potrebbe dirsi realmente realizzata. C’è poi un altro aspetto: la memoria. Il compito di mantenerla viva non spetta ai tribunali, ma alla comunità. Monumenti e mausolei, osserva, rischiano di diventare contenitori vuoti e dimenticati. La memoria del Ponte Morandi deve invece continuare a essere “brace”, capace di produrre effetti nel presente. In questo senso, Maggiani individua nel nuovo Ponte San Giorgio l’esempio più concreto di una memoria viva: un’opera che attraversa le macerie del passato e che, grazie alla sua funzione e alla sua solidità, rappresenta l’idea di futuro che la giustizia dovrebbe contribuire a costruire.
Michele Serra, la Repubblica
Scrive Michele Serra su la Repubblica – “ Il successo di personaggi che fanno aperta professione di ignobiltà e violenza verbale (blogger, influencer, giornalisti, politici: ci sono esempi arcinoti pure nel nostro piccolo, in Italia) dipende dal fatto che sono effettivamente persone ignobili e violente, oppure dalla richiesta di quel “ruolo in commedia” da parte di un vasto pubblico? Si gioca la parte del mascalzone perché lo si è o perché quella parte ha successo, e rende fama e denaro? È probabile che l’indole aiuti. Difficile diffondere contenuti di odio se si ha una certa dose di rispetto per gli altri. Ma è sicuro che il successo e il denaro facciano da galvanizzatore. Magari il “cattivo” avrebbe una personalità più composita, ma decide di mettere in risalto il suo lato carogna perché scopre che il pubblico è in visibilio. Faccio queste considerazioni dopo avere letto (sul Post) un lungo articolo su un documentario di Netflix che indaga sulla “manosfera” (l’ambiente social dove il maschilismo più becero detta legge; molto popolare nella destra americana). Quasi tutte le star della manosfera — maschi bianchi giovani — sembrano relativizzare l’aspetto “etico” e culturale delle porcherie che scrivono. Le scrivono perché “piacciono alla gente”. Se ne sentono, diciamo così, meno responsabili, perché l’adesione di massa, oltre a renderli ricchi, li rassicura. Se siamo in tanti a pensarla così (per esempio, a pensare che gli omosessuali sono malati, o degenerati) perché non dirlo? Il famoso “coraggio di andare controcorrente” che molti di costoro sbandierano (anche in Italia), è dunque un alibi. Fare il cattivo serve a procurarsi una folla di follower, anche se raschiata dal fondo del barile. Quella folla non solo garantisce denaro: fa anche sentire protetti, come una scorta virtuale. Le idee (buone o cattive) sono una faccenda strettamente personale: in genere costa fatica farsele. Più comodo assecondare quelle degli altri, che sono già pronte”.
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