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La Carta distorta e le urne

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 10/07/2026

La Carta distorta e le urne La Carta distorta e le urne Antonio Polito, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera, Antonio Polito critica la proposta di fare della Costituzione il simbolo politico del "Campo largo", prendendo spunto dalle parole del senatore M5S Roberto Scarpinato, secondo cui "la Costituzione non è mai stata di tutti". Secondo Polito, questa tesi legittima un'appropriazione di parte della Carta, trasformandola da patrimonio comune a bandiera politica, come nella proposta di Giuseppe Conte di un'"Alleanza per la Costituzione" o nell'idea di Pier Luigi Bersani che il futuro presidente della Repubblica debba dimostrare un "rapporto intimo" con essa. L'editorialista contesta anche la ricostruzione storica di Scarpinato, che indica tra i nemici della Costituzione le stragi mafiose e neofasciste e i tentativi di golpe, senza citare il terrorismo delle Brigate Rosse. A suo giudizio, una simile lettura rischia di dividere la Carta tra "proprietari" ed esclusi, anziché riconoscerla come fondamento condiviso della Repubblica. Polito osserva però che, se il centrosinistra scegliesse davvero di presentarsi come "Alleanza per la Costituzione", dovrebbe essere coerente con tutti i suoi principi. Ciò renderebbe più difficile sostenere alcune posizioni oggi presenti nel Campo largo: dall'opposizione agli aiuti all'Ucraina, poiché l'articolo 11 richiama anche il sostegno alle organizzazioni internazionali per la pace, fino al reddito di cittadinanza, che si scontra con il dovere costituzionale di concorrere al progresso della società attraverso il lavoro. Analogamente, ricorda che l'articolo 30 attribuisce ai genitori il diritto-dovere di educare i figli. In conclusione, Polito sostiene che usare la Costituzione come strumento elettorale finirebbe per indebolirne il valore. La sua forza, scrive, è stata quella di rappresentare tutti gli italiani e di integrare nel sistema democratico anche forze politiche inizialmente ostili alle sue regole, come il Movimento 5 Stelle.
 
Alessandro De Angelis, La Stampa
Su La Stampa, Alessandro De Angelis riflette sul flop della manifestazione del centrosinistra a Napoli, sostenendo che il vero problema non sia stata la scarsa partecipazione, ma l'assenza di un'autocritica il giorno successivo. Secondo l'autore, nella politica dominata dai social ogni evento viene rapidamente amplificato o rimosso: le vittorie sono celebrate come svolte epocali, mentre gli insuccessi vengono subito dimenticati. Per De Angelis, la manifestazione mostrava già alla vigilia la mancanza di un messaggio politico forte. Il risultato è stato un boomerang: una piazza poco affollata in una città considerata un "feudo" del centrosinistra, le contestazioni che hanno monopolizzato l'attenzione e l'intervento di Giuseppe Conte, accusato di aver rilanciato una lettura filorussa del conflitto affermando che la minaccia russa verrebbe enfatizzata per giustificare l'aumento delle spese militari. Inoltre osserva che, in assenza di un progetto politico convincente, è mancata anche la tradizionale mobilitazione delle reti di consenso locali. Neppure i principali amministratori del Sud si sono spesi per riempire la piazza, segno di un partito che si attiva soprattutto quando sono in gioco incarichi ed elezioni. Secondo De Angelis, il caso di Napoli evidenzia una debolezza più profonda dell'opposizione: in quattro anni non è riuscita a costruire un rapporto autentico con la società. Le grandi mobilitazioni, come quelle per Gaza, nascono spontaneamente e solo in seguito vengono intercettate dai partiti, che appaiono però incapaci di guidarle. L'autore conclude che il centrosinistra continua a denunciare pericoli per la democrazia e a invocare la difesa della Costituzione senza riuscire a proporre una credibile alternativa di governo. Se continuerà a evocare emergenze senza offrire una concreta idea di cambiamento, avverte, rischierà di essere percepito come il protagonista della favola di "Al lupo, al lupo".
 
Michele Serra, la Repubblica
Scrive Michele Serra su la Repubblica – “Leggendo sullo schermo della tivù di Stato “il servizio pubblico non dovrebbe mentire. Ci scusiamo per averlo fatto così a lungo”, che cosa avrà pensato un sostenitore di Orbán? Che quel messaggio, così esplicito, così insolito, dipende dall’effettiva restituzione della tivù pubblica ungherese alle sue funzioni, e dunque dalla fine della menzogna come arma di propaganda? O piuttosto avrà pensato: ecco, i nostri nemici hanno preso il potere e vogliono farci tacere, cominciando a mentire a loro favore? Temo che sia più probabile la seconda ipotesi. L’idea che le notizie gradite siano quelle vere, le notizie sgradite siano false, ha fatto molta strada. Anche grazie alla selezione algoritmica dei consumi, ognuno di noi (compreso chi scrive) viene raggiunto soprattutto dalle notizie e dai commenti che gli sono omologhi. È la famosa bolla informativa, che ha una sostanziale funzione difensiva. L’urto che quella scritta può produrre su un elettore di Orbán è insostenibile, perché gli dice: il tuo capo era un mentitore, e ha costretto questa emittente a mentire. E ben pochi sono disposti ad ammettere che con il loro voto hanno consegnato il Paese a un demagogo bugiardo. Come se ne esce? La via è una sola. Provare tenacemente a credere che può esistere, anzi deve esistere un racconto del mondo che sia, almeno in parte, condiviso. Accettato da tutti. Una televisione, appunto, “pubblica” non ha altra giustificazione né altra funzione: se non lo fa, è come un coltello che non taglia o una ruota che non gira. Non mentire, dunque raccontare le cose come stanno, è una strada faticosa. Direi controvento. Ma se la tivù ungherese dovesse riuscire a restituire una qualche oggettività al suo lavoro di informazione, forse alla lunga anche qualche elettore di Orbán penserà: mah, non è poi così male, questa idea che la realtà sia una sola, uguale per tutti”.
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