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Nata dal piombo

Simona Mannucci, Il Seme bianco, 2018

Ex libris - Elisabetta Bolondi 21/09/2018

Nata dal piombo Nata dal piombo Un memoir quello che ha per protagonista Anna, una ragazza che nasce a Gaeta, nel 1946. Era la figlia minore di un sopravvissuto ad un lager nazista, da cui era tornato col “cervello scompagnato”, e di una madre tutta presa dalla famiglia, ottima cuoca di tielle, specialità del posto; la sorella maggiore, Carla,  sposa a Livorno, e il fratello Angelo, imbarcato sui mercantili sono  quasi sempre lontani. La ragazza vive tutte le fasi della evoluzione della piccola città di mare, devastata dalla guerra, che solo negli anni Sessanta, quando lei ha sedici anni, comincia a riprendere vita  per l’arrivo dei villeggianti, attratti dalla bellissima spiaggia di Serapo, e dalle nuove costruzioni che sorgono per ingrandire il centro storico medioevale semidistrutto dalle bombe. La ragazza si innamora di Augusto, diciannovenne figlio di don Salvatore, che ha una piccola flotta di barche da pesca, per cui lavora anche il padre di Anna. L’amore fra i due ragazzi scoppia improvviso, e presto li porta ad un rapporto intimo  vietato dalla morale cattolica, da quella familiare, dai costumi rigidi che in paese erano sentiti in  modo severo. La storia di Anna e della sua famiglia somiglia molto a quelle che si vivevano in quegli anni di ricostruzione di una società nata dalle macerie del fascismo: i lavori precari, la miseria, il ruolo subalterno delle donne, il provincialismo di chi non aveva avuto occasione di viaggiare, la quasi totale assenza di istruzione superiore, una tradizione retriva, in cui la maldicenza prendeva il posto della solidarietà sono il quadro sociale nel quale Anna cresce, vedendo sua madre infelice e maltrattata dal marito, sua sorella litigiosa ed ostile al clima famigliare, suo fratello distratto e lontano. Unica nota positiva nella vita della ragazza, la presenza del mare, “Il mare dunque c’è sempre”, nel quale immergersi, nuotare, dimenticare, viverlo come un caldo abbraccio, simile a quello che lega Anna ed Augusto che proprio nell’acqua limpida del golfo fanno i loro primi passi nell’alfabeto erotico ancora sconosciuto. I ragazzi si promettono amore eterno, ma proprio quel mare così amato sarà la causa del totale ribaltamento dei loro progetti, a causa di un evento tragico che avrà conseguenze difficilmente prevedibili e che porterà alla loro separazione. Augusto partirà con la famiglia per New-York, dove lo zio  accoglie lui e le sue sorelle, per costruire in quel luogo mitico una vita del tutto diversa. Nella narrazione di Simona Mannucci Gaeta, la sua natura, i monumenti, la lingua, i toponimi, i cognomi,i soprannomi, i cibi, le forme più strette di un dialetto che non è napoletano né laziale, ma è originale,  attraversano le pagine del libro mescolandosi con abilità e con naturalezza ai fatti raccontati. Ecco allora Gaeta a forma di balena, Anna che  convinceva Augusto “ a inerpicarci su per le colline di Forte Emilio Savio, sopra il monte Conca. La vista di lassù toglieva il fiato. La collina era a picco sul mare tra Gaeta e Formia e si godeva un panorama dell’intera ansa del golfo che andava da Monte Orlando a Capo Miseno,”; e ancora la presenza della flotta americana, la povertà delle case e dei cibi, ingentiliti dalla fantasia delle tielle, odorose di spinaci, di olive di Gaeta, di cipolle, di polipetti. L’autrice attraverso la storia dolorosa di Anna ricostruisce un pezzo di vita italiana, uno squarcio su un Sud che nella città di Gaeta, dove si combatté l’ultima sanguinosa battaglia per l’Unità d’Italia, trova una sintesi singolare: una città di mare aperta anche all’emigrazione, una comunità orgogliosa delle sue antichissime  tradizioni, un luogo in cui la natura è ancora felice, erede di quella Campania Felix di cui favoleggiavano i nostri progenitori;  un dialetto che nei suoni aspri, Schiattamuort, va vattìn, battezzà ‘a criatura, si contrappone alla modernità, al liceo dove si leggono romanzi contemporanei,  anche se Anna, d’inverno è preda della malinconia e della noia e, leggendo i romanzi “il nesso tra parole e dolore, mi aveva colpito come una frustata”. Un bell’esordio quello di Simona Mannucci, capace di evocare ambienti letterari poco frequentati, di saper coniugare una lingua letteraria con forme del parlato quotidiano quando non del dialetto, di costruire personaggi che ci appaiono reali e concreti, come Anna, coraggiosa perché “Nata dal piombo”.  Nel romanzo le  relazioni affettive e sentimentali, con genitori, fratelli, figli, pur se molto spesso conflittuali,  sono analizzate in   profondità . L’amore per Gaeta, per la sua spiaggia bianca, il suo golfo, per le scogliere a picco su un mare trasparente, sembrano aver contribuito a produrre  questo piccolo miracolo che sta riscuotendo un meritato successo.
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