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I chiari segnali

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 29/09/2026

I chiari segnali I chiari segnali Paolo Mieli, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera, Paolo Mieli sostiene che il risultato delle elezioni suppletive di Reggio Calabria consenta a Giorgia Meloni di sentirsi «relativamente» tranquilla. Il centrodestra ha vinto in un territorio già favorevole alla premier, ma dove in passato, anche sul referendum sulla magistratura, erano arrivate delusioni. Soprattutto, Roberto Vannacci non è riuscito a mettere in crisi lo schieramento meloniano. Mieli sottolinea che Fabio Roscioli, candidato del centrodestra, partiva da una posizione non particolarmente favorevole, mentre Vannacci aveva puntato su Domenico Giannetta, ex esponente di Forza Italia passato al suo movimento. Secondo l’autore, però, un esercito di transfughi non può ottenere in tempi brevi i risultati di forze radicate sul territorio, come la Lega delle origini o l’AfD. Neppure slogan, parole forti e immagini provocatorie sono sufficienti a produrre effetti duraturi. Anche il centrosinistra aveva un candidato di esperienza, il cardiologo Frank Benedetto. Conte aveva suggerito di puntare su una figura capace di attrarre la società civile, ma i dirigenti locali del Pd hanno respinto l’ipotesi. Per Mieli, tuttavia, anche candidando Conte, Schlein o Salis il risultato sarebbe probabilmente cambiato poco: in Calabria il centrosinistra non ha mostrato una capacità di mobilitazione tale da ribaltare il quadro. Infine, Mieli richiama l’astensionismo: alle urne è andato circa un quarto degli aventi diritto, segnalando la debole capacità di mobilitazione di tutte le forze politiche. Il dato offre però una fotografia della situazione di partenza delle prossime politiche, con un vantaggio storico del centrodestra sul centrosinistra. La scissione vannacciana può metterlo a rischio, ma non è paragonabile, osserva Mieli, alla frattura tra Lega e Forza Italia del 1996. Il centrosinistra deve quindi decidere rapidamente programmi e candidati, per dare al futuro sfidante di Meloni il tempo necessario a farsi conoscere ed evitare nuovi passi falsi.
 
Marcello Sorgi, La Stampa
Su La Stampa, Marcello Sorgi analizza il processo per il caso Regeni, indicando in verità e giustizia i due obiettivi principali. Il primo, sostiene, è stato raggiunto grazie alla ricostruzione dettagliata delle torture e delle ultime ore di Giulio, mentre il secondo è stato almeno in parte conseguito nonostante gli ostacoli posti dal regime egiziano. Sorgi sottolinea che l’aver celebrato il processo rappresenta già un risultato, dopo dieci anni di tentativi dei governi italiani di ottenere la collaborazione dell’Egitto. Tre dei quattro agenti dei servizi egiziani imputati sono stati dichiarati colpevoli del sequestro, mentre la Corte d’Assise non ha ritenuto sufficientemente provata l’accusa di omicidio. Gli imputati, però, non sono comparsi in aula perché protetti dal regime di Al Sisi. Secondo Sorgi, le indagini italiane hanno comunque raccolto testimonianze decisive sulle ultime ore di Regeni, sul suo rifiuto di confessare il falso e sulla volontà di difendere il proprio lavoro. La ricostruzione ha sostenuto in larga parte le richieste della Procura di Roma. Resta però da compiere il passaggio fondamentale della punizione dei responsabili, che il regime egiziano continua a proteggere. L’autore ricorda infine che la sentenza è ancora di primo grado e potrà essere impugnata. Il governo italiano, osserva, deve quindi continuare a premere su Al Sisi per l’esecuzione della condanna e perché l’Egitto risponda delle responsabilità del proprio apparato statale. È quanto hanno chiesto i genitori di Giulio Regeni e, conclude Sorgi, sarebbe significativo se Giorgia Meloni si adoperasse per ottenere questo risultato.
 
Michele Serra, la Repubblica
Scrive Michele Serra su la Repubblica - “Si raccontano balle per varie ragioni. Per esempio, perché si ha interesse a nascondere le proprie responsabilità. Perché si ha bisogno di vantare meriti che non si hanno. Perché si vuole colpire qualcuno diffamandolo. Perché solo attraverso la truffa si può sperare di prevalere. Eccetera. Ciascuna di queste ragioni evidenzia che il ballista, 99 volte su cento, è un soggetto debole. Bara perché non potrebbe mai vincere giocando pulito. Se avesse dalla sua la forza della ragione, o l’evidenza delle sue qualità reali, non avrebbe nessuna necessità di raccontare balle. Questo fa pensare che il primato della Russia nelle fake news, ormai certificato da decine di studi, rapporti, dossier, dipenda dalla impossibilità della propaganda russa di far valere (in economia, in politica estera, in politica interna) qualche aspetto esemplare. Qualche risultato ammirevole. Levato il nazionalismo bellicoso, fondato sul mito della Grande Russia e non esportabile se non in punta di cannone, quali meriti riconoscibili può vantare Putin dopo trent’anni di potere assoluto? Le disuguaglianze sociali fanno impallidire quelle del peggiore dei paesi occidentali, l’economia è gracile (tranne l’industria bellica) nonostante le grandi ricchezze naturali, la libertà d’espressione è vicina allo zero: cos’altro potrebbe esportare, l’oligarchia al potere a Mosca, se non le balle? È vero, avvelenare i pozzi, nell’epoca della comunicazione digitale di massa, non è difficile. Bastano un po’ di hacker di regime e il gioco è fatto. Il danno è inferto. I pozzi possono anche essere bonificati, esiste il debunking, che è un po’ la contraerea della guerra digitale, ma rimangono, come i buchi delle bombe sulle facciate delle case, i danni da disinformazione. Ma essere al primo posto nel mondo solo nella categoria “balle”, a lungo andare, non rischia di mortificare il morale delle truppe?”.
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