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I dubbi su Trump "anatra zoppa"

Sintesi degli ediotriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 02/11/2026

I dubbi su Trump I dubbi su Trump "anatra zoppa" La Repubblica, Paolo Gentiloni
Paolo Gentiloni, sulla prima pagina di Repubblica, parte dalla domanda che domina la vigilia delle elezioni americane: cosa accadrebbe se Donald Trump perdesse? Il timore è che il presidente possa contestare o tentare di condizionare un risultato sfavorevole, trasformandosi non in un’«anatra zoppa», ma in un’«anatra scatenata». Per Gentiloni, il fatto stesso che questa eventualità venga considerata plausibile testimonia il deterioramento della democrazia americana.Il dato politico più importante sarebbe però una possibile «onda blu» democratica, con la conquista della Camera e, forse, anche del Senato. Sarebbe un primo segnale di arretramento dell’ondata sovranista e populista. Alla base delle difficoltà di Trump, secondo Gentiloni, c’è soprattutto l’economia: le promesse sulla reindustrializzazione, sui benefici dei dazi e sulla riduzione dei prezzi non hanno prodotto i risultati annunciati, mentre la guerra con l’Iran e la crisi di Hormuz hanno aggravato le difficoltà e il costo dell’energia. Un successo democratico non significherebbe comunque la fine di Trump né del populismo, che può continuare a mobilitare gli elettori facendo leva su immigrazione, sicurezza, identità e battaglie anti-woke. Ma spezzerebbe il mito di un sovranismo inarrestabile e potrebbe avere conseguenze anche fuori dagli Stati Uniti, soprattutto in Europa, dove nei prossimi mesi oltre duecento milioni di cittadini saranno chiamati alle urne.
 
Il Messaggero, Romano Prodi
Romano Prodi, sul Messaggero, torna sul problema dell’immobilismo dell’Unione europea, legato soprattutto alla regola dell’unanimità nel Consiglio europeo. Un meccanismo che impedisce di prendere decisioni importanti e che appare quasi impossibile modificare, perché per abolire l’unanimità serve a sua volta l’accordo unanime degli Stati membri. In queste condizioni, osserva Prodi, anche le proposte avanzate da Mario Draghi ed Enrico Letta rischiano di restare in larga parte inattuate. A complicare il quadro è il nuovo squilibrio tra Francia e Germania, il motore storico dell’integrazione europea. La Germania, spinta dalla guerra in Ucraina e dal cambiamento dei rapporti con gli Stati Uniti, sta aumentando fortemente gli investimenti nella difesa e nelle infrastrutture e mostra segnali di ripresa economica. La Francia attraversa invece una fase di maggiore difficoltà, tra crescita debole, debito elevato e pressioni sulla spesa pubblica. Una divergenza che sta indebolendo la tradizionale cooperazione franco-tedesca, anche nei grandi programmi della difesa. Per Prodi, la ripartenza dell’Europa passa quindi dalla ricostruzione di una “fratellanza operativa” tra Parigi e Berlino e dalla capacità di trasferire a livello europeo le grandi decisioni politiche, economiche e militari, fino al delicato tema della deterrenza nucleare. Di fronte alla competizione tra Stati Uniti e Cina, restare fermi significherebbe per l’Europa rischiare di essere progressivamente ridotta al ruolo di «vassallo». Un progetto che oggi può apparire utopico, conclude Prodi, ma non più di quanto lo fosse, alle origini, la stessa costruzione europea.
 
La Stampa, Marek Halter
Nel suo commento sulla Stampa, lo scrittore Marek Halter parte dall’anniversario dell’assassinio di Yitzhak Rabin, il 4 novembre, per interrogarsi sulla possibilità di far rinascere una prospettiva di pace tra israeliani e palestinesi. La morte di Rabin, sostiene, ha spento il sogno di un accordo, mentre oggi il ricordo del 7 ottobre pesa profondamente sulla società israeliana e sulle sue scelte politiche. Halter riflette anche sul cambiamento dell’immagine di Israele e degli ebrei nel mondo. A suo giudizio, la memoria della Shoah e delle persecuzioni è stata utilizzata troppo a lungo come principale fonte di legittimazione dello Stato israeliano, contribuendo nel tempo a suscitare rigetto e ostilità. Dopo il 7 ottobre, osserva, la contrapposizione si è ulteriormente radicalizzata e il dialogo tra israeliani e palestinesi sembra essere scomparso. La conclusione è un appello a recuperare le parole e il dialogo contro la logica della violenza. Halter rifiuta l’idea che il conflitto possa risolversi con la distruzione di uno dei due popoli e richiama l’esperienza delle madri israeliane e palestinesi di Women Wage Peace: l’obiettivo deve tornare a essere quello di vedere le due bandiere sfilare insieme e convincere israeliani e palestinesi a smettere di massacrarsi.
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