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Toh, gli arabi di Israele
Redazione InPiù 30/10/2026
Sul Fatto Quotidiano, Marco Travaglio sostiene che Israele, nonostante le politiche di Benjamin Netanyahu nei territori palestinesi e nei Paesi vicini, rimanga una democrazia al proprio interno. Le istituzioni giudiziarie e la mobilitazione popolare hanno contrastato i tentativi del premier di indebolirne le regole, come dimostra la recente decisione della Corte Suprema di impedire l'esclusione dei partiti arabi dalle elezioni. Travaglio distingue la condizione dei palestinesi della Cisgiordania occupata, sottoposti a un regime discriminatorio, da quella dei circa 2,1 milioni di cittadini arabi israeliani, titolari del diritto di voto e di rappresentanza politica, pur avendo subito discriminazioni dopo il 7 ottobre 2023. Travaglio osserva che nelle ultime elezioni la partecipazione degli arabi israeliani ha raggiunto l'80%, superando quella degli elettori ebrei, mentre i loro rappresentanti alla Knesset sono passati da 10 a 19. I partiti arabi sono così diventati decisivi per la formazione del governo. Il blocco centrista guidato da Gadi Eisenkot dispone di 48 seggi, contro i 53 della coalizione di Netanyahu, ma potrebbe raggiungere una maggioranza di 67 parlamentari con il sostegno delle due liste arabe. Sebbene i centristi avessero escluso questa possibilità, potrebbero ora considerare un appoggio esterno per evitare nuove elezioni o un accordo con Netanyahu. Travaglio conclude ricordando che un precedente esiste già: nel 2021 i partiti arabi sostennero il governo Bennett-Lapid, rimasto in carica per un anno. Le formazioni arabe sarebbero oggi disponibili a sostenere un esecutivo di cambiamento in cambio di una radicale revisione delle politiche israeliane a Gaza, in Cisgiordania e negli altri conflitti regionali. Travaglio richiama inoltre la presenza dei cittadini palestinesi nelle professioni sanitarie e nelle istituzioni giudiziarie israeliane, compresa la Corte Suprema. Il paradosso, osserva, è che proprio la componente palestinese della popolazione potrebbe contribuire in modo decisivo a salvaguardare la democrazia israeliana.
Alessandro Sallusti, Libero
Su Libero, Alessandro Sallusti interviene sulla mancata convalida dell'arresto dell'attivista islamico Youssef Siher, sostenendo che la polemica debba partire dalle decisioni contrastanti assunte dai magistrati milanesi. A chiedere l'arresto non è stata Giorgia Meloni, ma la pubblico ministero Francesca Crupi, con un provvedimento firmato anche dal procuratore capo Marcello Viola, magistrato che Sallusti considera particolarmente esperto e autorevole. La giudice per le indagini preliminari Tiziana ha invece ritenuto non necessario l'arresto, disponendo la scarcerazione dell'indagato. Sallusti osserva che i tre magistrati hanno seguito lo stesso percorso formativo e professionale e appartengono a carriere rimaste unificate dopo la bocciatura referendaria della separazione. Eppure sono giunti a conclusioni opposte, a dimostrazione, secondo l'editorialista, dell'ampiezza dei margini interpretativi della legge, talvolta condizionati anche dalle convinzioni politiche. Se fosse pienamente corretta la decisione della gip, bisognerebbe mettere in discussione la competenza della Procura; se invece avesse ragione Viola, il problema riguarderebbe il tribunale. La contraddizione, sostiene Sallusti, non può essere ignorata. Sallusti conclude rivendicando il diritto dell'opinione pubblica e della politica di criticare le decisioni giudiziarie. La Costituzione non sottrae i provvedimenti dei magistrati al giudizio dei cittadini e non impedisce neppure alla presidente del Consiglio di esprimere il proprio dissenso, tanto più che Meloni è a sua volta oggetto di critiche da parte di alcuni magistrati. Secondo Sallusti, le polemiche suscitate dalla definizione di "sentenza vergognosa" utilizzata dalla premier servono soprattutto a distogliere l'attenzione dal contrasto interno alla magistratura milanese, che egli considera tutt'altro che risolto.
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