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Covid, il governo tiene il segreto

Redazione InPi¨ 30/07/2020

Altro parere Altro parere Francesco Storace, Il Tempo
Senza vergogna. Stato d’emergenza al buio. Il governo Conte – scrive Francesco Storace sul Tempo – occulta ancora i documenti del Comitato tecnico scientifico alla base dei decreti solitari del premier durante il lockdown e ricorre al Consiglio di Stato. Nei giorni scorsi il Tar del Lazio aveva dato ragione alla Fondazione Einaudi che si era vista negare l’accesso agli atti per capire su quali basi si era mosso il presidente del Consiglio nella sua raffica di Dpcm. Gli avvocati Rocco Mauro Todero, Andrea Pruiti Ciarello e Enzo Palumbo avevano convinto il Tar con motivazioni assolutamente pregnanti. Cinque i verbali sotto osservazione, ciascuno dei quali contenente le varie posizioni del Comitato tecnico scientifico che sono servite per i decreti. Le date di riunione dell’organismo tra il 28 febbraio e il 9 aprile. E la richiesta di pubblicizzazione degli atti in questione atti serviva proprio a rendere chiari ed evidenti a tutti i cittadini i fondamenti di quell’attività «ampiamente discrezionale» più volte richiamata dal presidente Giuseppe Conte. Scrivono gli avvocati che hanno vinto al Tar: «I ricorrenti hanno concesso al Governo la possibilità di rendere trasparente l’azione esecutiva e valutabile a posteriori l’operato in quella delicata fase emergenziale. L’appello avverso la sentenza del TAR Lazio dimostra quale è la volontà del Governo e del suo Presidente: non fare sapere agli italiani quali sono le reali motivazioni alla base degli innumerevoli decreti del Presidente del Consiglio». La decisione di ricorrere al Consiglio di Stato è probabilmente legata al tentativo di ottenere almeno la sospensiva della pubblicazione degli atti almeno fino al termine dello stato di emergenza, che ora è stato prorogato addirittura fino al 15 di ottobre. Il che non fa altro che aggiungere mistero al mistero. Perché si nega il diritto degli italiani a sapere in maniera trasparente che cosa è successo per le decisioni prese dal premier nei mesi scorsi.
 
Aldo Buonaiuto, Avvenire
Provate a camminare anche voi, da fratelli e da sorelle, sulla strada delle donne comprate e vendute come schiave del sesso. Lo faccio da trent’anni – scrive su Avvenire don Aldo Buonaiuto – e ho capito che l’abominio della tratta di esseri umani prima di rivelarsi un business per le organizzazioni criminali è un habitus mentis. Cioè un modo di pensare il più debole, sulla scia di una avvelenata mentalità che è alla base di un processo del quale noi vediamo solo la triste punta dell’iceberg. Non possiamo, infatti, dimenticare che il regime di schiavitù è stato per millenni ritenuto normale, quasi una necessità sociale. Nell’antichità greca e romana gli schiavi erano indispensabili per soddisfare tutti i bisogni quotidiani e di qualunque altro genere. I "padroni" li abbiamo avuti in Occidente fino al secolo scorso e avere "la serva o il servo" in alcune situazioni non è solo espressione di un linguaggio, ma è una sistematica modalità di concepire la sottomissione. A dimostrazione che dietro la tratta di donne c’è soprattutto una mentalità deviata, posso portare la mia trentennale esperienza con la Comunità Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi sulle strade della prostituzione. Nella drammatica crisi economica che stiamo attraversando ritorna la tentazione diabolica di considerare il corpo delle "donne crocifisse" come merce da tassare nello squallore materialistico di un consumismo immorale che non si ferma neppure davanti a vittime innocenti. Papa Francesco ha condannato il mercimonio coatto come una «condotta schifosa» e un «crimine contro l’umanità». Nel lager in Libia e sui barconi alla deriva nel Mediterraneo ci sono anche le nostre figlie e sorelle, non vite a perdere sulle quali addirittura imporre tasse o bolle di consegna per le "madame" incaricate di smistarle sui marciapiedi delle nostre città.
 
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