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Ricolfi: La sinistra schiava del politicamente corretto tace su Saman

Raffaele Marmo, Il Giorno, 1 giugno

Redazione InPiù 04/06/2021

Ricolfi: La sinistra schiava del politicamente corretto tace su Saman Ricolfi: La sinistra schiava del politicamente corretto tace su Saman La sinistra schiava del politicamente corretto tace sulla vicenda della ragazza pakistana scomparsa di nome Saman. Lo afferma il sociologo Luca Ricolfi, intervistato da Raffaele Marmo per il Giorno dell’1 giugno. La triste storia di Saman Abbas sembra interessare solo alla procura e a pochi giornali e tv. Perché la sinistra e le associazioni dei diritti delle donne restano in silenzio? «Per una ragione buona e per una cattiva, suppongo. La ragione buona è che, al momento, non si sa come siano andate effettivamente le cose, e neppure se la ragazza pachistana sia viva o morta. La ragione cattiva è che la sinistra ha un occhio di riguardo per l’Islam, e teme che i lati più imbarazzanti di quella cultura, e in particolare il suo modo di trattare la donna, compromettano il progetto politico di diventare i rappresentanti elettorali di quel mondo, grazie all’allargamento del diritto di voto agli immigrati. Ma temo che, anche se vi fosse la certezza che Saman è stata uccisa dai familiari, un velo pietoso verrebbe steso sulla vicenda, meno interessante di quella di qualche aspirante attrice molestata da registi o produttori». Quanto pesa il politicamente corretto nell’impedire di urlare in un caso come questo e come tanti altri quando c’è in ballo l’Islam? «È paradossale, ma il politicamente corretto – nato per combattere le discriminazioni – sta diventando, oggi, uno dei meccanismi attraverso cui passano nuove e meno visibili forme di discriminazione». Come funziona questo effetto paradossale? «Concedendo una protezione speciale a una serie di presunte minoranze (l’Islam è solo una di esse) si finisce per attenuare le garanzie e indebolire le tutele nei confronti di quanti hanno la sola colpa di non far parte di alcuna categoria protetta. Non solo, ma si viene a instaurare una sorta di presunzione di innocenza, o di responsabilità attenuata, per chiunque commetta reati ma abbia il vantaggio di far parte di una categoria protetta. Con tanti saluti al principio per cui dovremmo essere giudicati per quel che facciamo, non per quello che siamo». L’integrazione dovrebbe contemplare l’obbligo di rispettare i diritti umani. «Ovviamente. Altrimenti non è integrazione, ma mera concessione (agli stranieri) di spazi di impunità cui nessuna comunità nazionale può aspirare (salvo forse alcune sette religiose semiclandestine). Bisogna ammettere, però, che da oltre mezzo secolo (più o meno dall’era delle decolonizzazioni), questo è un nodo irrisolto della cultura occidentale, e di quella europea in particolare».
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