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Saviano: una giustizia lenta permette ai clan una sostanziale impunità

Giuseppe Salvaggiulo, La Stampa, 26 maggio

Redazione InPiù 28/05/2021

Roberto Saviano Roberto Saviano «La verità è che un processo che dura da tredici anni non ti permette più né emozioni né speranze. Lo si fa e basta, per spirito di abnegazione e impegno, oltre che per rispetto del mio avvocato Antonio Nobile e del pubblico ministero Alberto Galanti. Ero lì per questo, e per non arretrare di un passo davanti ai boss». Lo afferma Roberto Saviano all’indomani della condanna del boss Francesco Bidognetti e dell'avvocato Michele Santonastaso per minaccia aggravata dal metodo mafioso, attuata con il proclama pronunciato contro di lui e la giornalista del Mattino Rosaria Capacchione il 13 marzo 2008, al culmine del processo Spartacus al clan camorristico dei casalesi. Un evento senza precedenti nella storia giudiziaria italiana. Giuseppe Salvaggiulo l’ha intervistato per La Stampa del 26 maggio. Pensi di aver ottenuto la giustizia che cercavi? Ti senti, in qualche modo, vincitore? «Non mi sento vincitore. Con una vita costretta, maciullata, non ci può essere nessuna vittoria. Ma è una sentenza epocale». Perché? «Per la prima volta una sentenza ha scritto che un boss ha utilizzato un suo avvocato per pronunciare una minaccia alla parola, leggendo in un tribunale, nel corso di un processo, un documento che dietro l’apparenza di un’istanza di trasferimento per legittima suspicione diceva: se condannate i boss del clan dei casalesi, questi due sono i responsabili. In sostanza mi attribuivano la colpa di aver costruito mediaticamente il problema camorra». Tredici anni per una sentenza: che cosa vuol dire per te che ne eri protagonista, in quanto vittima, una giustizia così lenta? «E' una giustizia che i clan conoscono bene. Sanno perfettamente che quando commettono i loro reati, omicidi compresi, saranno chiamati a risponderne a distanza di anni, se non di decenni. Quando saranno morti o comunque alla fine del loro mandato criminale, e in questo caso aspetteranno ancora la sentenza definitiva e a quel punto, pentendosi, potranno persino trarne benefici giudiziari. Una giustizia lenta significa permettere alle organizzazioni criminali di contare su una sostanziale impunità, anche in caso di condanna».
 
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