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Coppi: “Ecco chi non vuole la riforma della politica”

Pietro Senaldi, Libero, 19 aprile

Redazione InPiù 23/04/2021

Coppi: “Ecco chi non vuole la riforma della politica” Coppi: “Ecco chi non vuole la riforma della politica” «La verità è che la politica ignora i problemi della giustizia, che si abbattono soprattutto sui cittadini comuni, e che ai magistrati interessa più la loro politica interna, correntizia, piuttosto che quella del Palazzo. E la prova è che tutti parlano dei mali dell’amministrazione dei tribunali, però sono discorsi che sento da più di cinquant’anni senza che sia mai stata trovata una soluzione. Anzi, ho l’impressione che, più se ne parla, meno si fa e più i mali della giustizia si aggravano”. Lo afferma il principe del foro per eccellenza, Franco Coppi, 82 anni, intervistato da Pietro Senaldi per Libero del 19 aprile. Devo dedurne chela giustizia italiana è irriformabile? «Nulla lo è, a patto che ci sia la volontà. Riformare davvero richiede il coraggio delle proprie decisioni e la disponibilità a esporsi a critiche anche feroci. Se pensi a quanti voti perdi se separi pm e giudici o se togli l’abuso d’ufficio, non vai da nessuna parte. Devi fare quel che ritieni giusto, senza curarti delle conseguenze». I politici dicono che riformare la giustizia è impossibile perché i giudici non vogliono… «Io penso invece che temano di perdere il consenso se toccano la magistratura». Ma la magistratura non ha perso credibilità negli ultimi anni? «Comunque meno della politica». I politici dicono di temere la reazione dei pm, pronti a indagarli se smantellano il suo potere… «Io non credo che ci sia una guerra della magistratura contro la politica tout court. Non creiamo falsi problemi: la magistratura ha un potere enorme ma quello del legislatore è ancora più grande. Se il Parlamento avesse la forza di cambiare la legge, alla fine Procure e Tribunali sarebbero costretti ad assoggettarsi». Secondo lei quindi è stata la politica a cavalcare la magistratura più che la magistratura a tenere sotto scacco la politica? «Questa è un’analisi che contiene della verità: certo alcune parti politiche hanno speculato sulle disavventure giudiziarie degli avversari. Sgradevole che quasi sempre sia avvenuto prima della sentenza definitiva, che spesso è stata di assoluzione, come nei processi che ho seguito per Andreotti e Berlusconi. Però, se intendo il senso provocatorio della sua domanda, il fatto che una giustizia così screditata sia in un certo senso funzionale agli interessi della politica è una tesi suggestiva e non infondata». Ma se la politica non è ferma per timore della reazione della magistratura, perché allora la subisce? «Sudditanza psicologica? O piuttosto anche una forma strana di indifferenza rispetto ai problemi. Il Parlamento oggi sembra avere dimenticato il motto latino “Iustitia fondamentum regni”: con istruzione e sanità, il funzionamento dei tribunali èil cardine di un Paese civile. Noi invece abbiamo messo anche la giustizia in lockdown, ma i danni sono irreparabili». È così difficile apportare queste modifiche? «Basterebbero 24 ore. Però temo che uno dei grandi problemi sia il deficit di competenza. La politica in realtà non sa dove mettere le mani per migliorare il diritto. Non ha gli uomini, dovrebbe appaltare la riforma della giustizia a una commissione di una dozzina di giuristi». I giudici insorgerebbero subito… «Se le proposte fossero concrete e ragionevoli, non potrebbero opporvisi. E anche se lo facessero, chi se ne importa?». Ritiene che le toghe siano troppo politicizzate? «Di magistrati ne ho conosciuti tanti. Sono una piccola parte quelli condizionati dalla politica». Captatio benevolentiae? «Guardi, ho visto molti più giudici influenzati dall’opinione pubblica, dai giornali o dalle mode che dalla politica. C’è chi mi ha confessato, prima dell’udienza, di essersi fatto un’opinione guardando i talkshow». Le intercettazioni di Palamara però hanno rivelato che Salvini è a processo perché ritenuto un avversario politico e non un sequestratore di immigrati… «Sarebbe una cosa spregevole». Cosa pensa di quello che sta venendo fuori sulla magistratura? «Non tutto è una novità, di certe cose si parlava da tempo. La cosa più sgradevole è il sistema di nomine, tutte raccomandazioni, dispute, calcoli: se fosse davvero così, sarebbe sconcertante». Che quadro ne emerge della magistratura? «Un potere autoreferenziale concentrato su sé stesso, più interessato alla politica interna che a quella nazionale». Vede segnali di pentimento nella casta in toga? «Vedo imbarazzo nei molti magistrati onesti. È auspicabile che l’intera categoria si senta ferita». Cambierà qualcosa? «Per cambiare serve volontà. Quel che vedo non mi fa essere ottimista».
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