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La Chiesa di Francesco tra riforma e rivoluzione

L'intervista del cardinale Parolin e il ricordo del teologo Hans Kueng

Iacopo Scaramuzzi 08/04/2021

La Chiesa di Francesco tra riforma e rivoluzione La Chiesa di Francesco tra riforma e rivoluzione C’è un tempo per ogni cosa, recita il Qoelet, e anche per papa Francesco c’è un tempo per gettare scompiglio e un tempo per mettere ordine, un tempo per accelerare e un tempo per frenare. A inizio pontificato, Jorge Mario Bergoglio convocò un doppio sinodo su uno dei temi più controversi di sempre, la famiglia, la sessualità. I conservatori ebbero un mancamento. Alla fine, accantonate le aperture sulle coppie omosessuali, il pontefice argentino ha ammesso la comunione ai divorziati risposati. Da allora i cardinali reazionari gli hanno fatto la guerra, e al sinodo sull’Amazzonia, complice il papa emerito Benedetto XVI, hanno fatto sbarramento all’ipotesi dei “viri probati”, i preti sposati (anche se sarebbe più esatto parlare di “sposi pretati”). Un papa deve riformare la Chiesa per non farla morire come un museo, ma deve anche mantenerla unita. Francesco ha chiesto e ottenuto che molte chiese locali convocassero sinodi nazionali per dibattere insieme delle questioni più delicate (Germania, Australia, Irlanda, ora anche Italia), ma ora pianta dei paletti per evitare fughe in avanti.
 
Quando in Germania si è iniziato a parlare di benedire le coppie gay, il papa ha fatto emanare alla congregazione per la Dottrina della fede un “responsum” per dire che non si può: va bene che lo Stato faccia una legge sulle unioni civili, ma la Chiesa non può benedirle. I progressisti hanno avuto un mancamento. La riforma non è la rivoluzione, papa Bergoglio lo sa bene, i suoi detrattori e i suoi estimatori un po’ meno. E così i suoi uomini più fidati hanno iniziato a mettere in guardia dai rischi di una rissa furibonda all’interno della Chiesa. "La fraternità cattolica è ferita!”, ha esclamato il venerdì santo il predicatore pontificio, il cardinale cappuccino Raniero Cantalamessa, e la causa delle “divisioni tra i cattolici” non sono il dogma, i sacramenti e i ministeri, ma “l’opzione politica, quando essa prende il sopravvento su quella religiosa ed ecclesiale e sposa una ideologia”. Per Pasqua il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin ha rincarato la dose: c’è una divisione preoccupante tra progressisti e conservatori, e “probabilmente deriva dal fatto che il Papa metta molta enfasi sulla riforma della Chiesa e si fa molta confusione in merito a questo”. Riformare, sì, ma gradualmente, senza far tremare l’edificio della Chiesa. Tutto come prima, dunque? Non proprio. Hans Kueng, teologo svizzero impertinente, sanzionato nel lontano 1979 dal Vaticano, è morto a 93 anni. L’Osservatore Romano lo ha ricordato in prima pagina: cose impensabili durante il pontificato di Giovanni Paolo II o di Benedetto XVI. Kueng, al quale pure papa Francesco aveva inviato, all’avvicinarsi della fine, la sua benedizione, “era una persona che voleva suscitare un rinnovamento nella Chiesa e attuare la sua riforma”, spiega al giornale vaticano il cardinale progressista Walter Kasper. Ad ogni modo, aggiunge il porporato tedesco, “io sono su un’altra posizione, perché lui voleva l’ordinazione delle donne e l’abolizione del celibato”. C’è un tempo per la contestazione e un tempo per la ricomposizione. 
 
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