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La lunga strada da Tunisi a Gaza

Usa e Hamas, possibili contatti

Maria Grazia Enardu 31/05/2021

La lunga strada da Tunisi a Gaza La lunga strada da Tunisi a Gaza Nel dicembre 1988 nei territori occupati da Israele c'era la prima intifada, di ragazzi ribelli a tutto, pure all'Olp. In agosto re Hussein di Giordania aveva rinunciato ad ogni pretesa sul West Bank, salvo la protezione sulle moschee di Gerusalemme Est. E in novembre l'Olp aveva proclamato l'indipendenza della Palestina, teorica. Reagan stava per lasciare la Casa Bianca al suo vice Bush Sr e decise che era il momento di cambiare passo. A Tunisi, dove aveva sede l'Olp, l'ambasciatore Usa Robert Pelletreau venne incaricato di stabilire contatti con un'organizzazione definita terrorista: la vecchia volpe Arafat era sempre meglio che il giovane caos dell'intifada. Cinque anni dopo Arafat e Rabin, spinti da Clinton, firmavano gli accordi di Oslo. Poi l'assassinio di Rabin e il collasso.
 
Nel 2018, con Trump alla Casa Bianca, il rapporto di un centro studi suggeriva che gli Usa perseguissero la reintegrazione del West Bank e di Gaza, per evitare ulteriori divisioni ed arrivare a due stati, Israele e Palestina. Concentrarsi sull'Autorità Palestinese ed ignorare Hamas era un errore. Tra gli autori, Hady Amr, oggi incaricato della questione al Dipartimento di Stato. Ora, 11 giorni di fuoco tra Israele e Hamas hanno concentrato l'attenzione di Biden sul Medio Oriente. Il Segretario di stato Blinken si è fatto il giro, compresa Ramallah ma non Gaza, dove però gli egiziani vogliono un ruolo primario. Soldi per ricostruire Gaza, un consolato Usa a Gerusalemme Est e un nuovo ambasciatore, Tom Nides. Guerre a parte, Netanyahu e Hamas si sono parlati per anni, da soli o tramite i volenterosi egiziani. Il tema preferito è la tregua, che Hamas vuole lunga, 10 anni per dedicarsi all'economia, mentre Israele la vuole tattica e basta. Ma se gli Usa aprono ad Hamas, e operano per un costruttivo riavvicinamento tra palestinesi, per Israele è allarme rosso. Due stati, non importa di che forma, vuol dire sostanzioso ritiro – e nessun governo di Israele, oggi, può reggere. Netanyahu ha messo il paese in un vicolo cieco e nemmeno Biden fa miracoli.
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