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Bibi vince, Bibi perde

Israele verso le quinte elezioni in due anni

Maria Grazia Enardu 09/04/2021

Benjamin Netanyahu Benjamin Netanyahu A guardare le Knesset degli ultimi anni, Israele dovrebbe avere governi stabili, di destra flessibile (centro-destra, destra-destra etc). La sinistra è accerchiata, i partiti arabi fuori dal gioco, i religiosi arruolabili. Ma come l'energia oscura del cosmo, così Netanyahu domina il suo Likud e deforma i partiti più a destra, divisi tra quelli che lo odiano e quelli che non lo vogliono (non facile distinguere). Squaglia il centro, che in Israele è sempre artificiale, e vaporizza la sinistra, salvo vederla riapparire come un quark bizzoso. A guardarli tutti, generali, civili, antichi nemici, sosia disillusi e smaniosi sodali, emerge una certezza: Bibi è ancora il migliore di tutti, pure nel contesto di inchieste divenute processi. Questo è terribile ma spiega perché Bibi non perde neanche quando non vince, cioè da due anni. Il prossimo governo così ha un bivio forzato: Bibi sì, Bibi no, e il resto è superfluo.
 
Preso nei suoi guai, giudiziari e familiari, mentre il mondo cambia, Bibi pensa a sé e non al paese, ha idolatrato Trump e ora si ritrova Biden. Da due anni non riesce a fare un governo che stia in piedi e gli dia quel che vuole: sicurezza. Una legge che ripulisca la fedina penale e non lo lasci scivolare verso la condanna, la carica di presidente di Israele (però Katzav è finito in galera per molestie), insomma qualcosa. Nel frattempo l'ordinaria amministrazione e i tempi dei mandati esplorativi rinviano il collasso e svuotano la democrazia di Israele. Perdipiù, da decenni Bibi tratta i partiti arabi come paria ma nelle ultime convulsioni non ha escluso accordi con il più islamico di loro (Ra'am). E gli interessati ammiccano, sornioni - e quando gli ricapita? Cercherà di arrivare a luglio, quando la Knesset eleggerà il presidente, e poi si scivolerà a settembre, data di future elezioni, ma se si arrivasse a novembre col "vecchio" governo, Bibi dovrebbe passare la mano al centrista Benny Gantz, come da fragili accordi. Se non salta, perché qualcosa salterà, è scritto.
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