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Il dibattito sul lavoro guarda il dito e ignora la luna

Non c'Ŕ alcuna correlazione tra reddito di cittadinanza e posti vacanti che le imprese non trovano

Claudio Di Donato 11/06/2021

Il dibattito sul lavoro guarda il dito e ignora la luna Il dibattito sul lavoro guarda il dito e ignora la luna Con cadenze da orologio svizzero si riaccende il dibattito sul missmatch nel mercato del lavoro che oggi si arricchisce di nuovi elementi: il braccio di ferro sul blocco dei licenziamenti, le riaperture delle attività e l’effetto fortemente distorsivo provocato dal reddito di cittadinanza. Ma il vero effetto distorsivo è mescolare le mele con le pere e guardare il mercato del lavoro senza analizzare le numerose asimmetrie settoriali e territoriali. La prima evidenza è che tra i posti vacanti e il reddito di cittadinanza non c’è correlazione. Negli ultimi 5 anni la percentuale di posti vacanti oscilla intorno all’1,2% in modo costante. Le fluttuazioni piuttosto dipendono dall’andamento settoriale: così le costruzioni nel primo trimestre di quest’anno toccano un massimo di 1,5% (2,2% nelle microimprese) rispetto allo 0,5% dei 12 mesi precedenti spiegato con l’impulso dei vari superbonus ed ecobonus. Per alberghi e servizi di ristorazione, riferimento delle recenti cronache, la quota di posti vacanti è scesa in modo costante, dal picco del 3,2% nel 2017 allo 0,8% del terzo trimestre 2019 e 2020.
 
La seconda evidenza è l’errore di aver dipinto il reddito di cittadinanza (RdC) come uno strumento di politica attiva (la stessa Anpal lo inquadra sotto quella voce). Il 20% dei percettori è stato esonerato dal “patto per il lavoro“ e una analisi realizzata dal Cnel mostra che la distanza dall’occupabilità del titolare di RdC è molto superiore rispetto a un disoccupato. C’è poi la distribuzione territoriale. Quasi il 50% è concentrato in Sicilia e Campania, in tutto il Nord, dove si concentrano i posti vacanti, i soggetti al patto per il lavoro sono soltanto 200mila. Sorprende tuttavia che quelli presi in carico non arrivano a 70mila. Piuttosto la vera criticità del RdC sembra essere la modesta capacità di raggiungere la platea degli incapienti. E forse ne sono consapevoli anche nel M5S ma in nome della propaganda davanti alla crisi da Covid invece di adattare e affinare uno strumento esistente hanno preferito varare il reddito di emergenza che ha scarsa coerenza con il fratello maggiore. La terza evidenza è l’effetto strabico quando si mettono insieme lavoratori stagionali e figure professionalizzate. La carenza di competenze è da tempo una questione strutturale e chiama in causa la scuola. Il confronto con la Germania è disarmante. Da noi gli studenti degli ITS non raggiungono i 20mila (e il 97% trova un impiego entro 12 mesi dal diploma); da Monaco ad Amburgo superano il mezzo milione, però noi abbiamo il record mondiale dei Neet. Infine si dovrebbe riflettere sul ricorso continuo agli sgravi contributivi a tempo invece di valorizzare strumenti stabili come il contratto di apprendistato.  Coi 18 miliardi per gli sgravi contributivi triennali probabilmente sono stati finanziati posti di lavoro che sarebbero stati creati anche senza incentivo. Sarà complicato trovare soluzioni efficaci se il dibattito continuerà a polarizzarsi sui comportamenti fraudolenti (gravi ma statisticamente irrilevanti).
 
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