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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 11/06/2021

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Zaia: mai utilizzato gli open day per AstraZeneca e J&J
«Ogni scelta che una Regione fa è legittima, non c’è il primo della classe, non mi permetto di discutere le scelte degli altri colleghi». Luca Zaia, presidente del Veneto, intervistato da Martina Zambon (Corriere della Sera), premette questo a qualsiasi ragionamento sugli open day con i vaccini a vettore virale AstraZeneca e Johnson&Johnson. Presidente, ieri ha annunciato che i due vaccini a vettore virale si avviano su un binario morto, perché? «Ad aprile abbiamo visto la circolare di Aifa (l’Agenzia italiana del farmaco ndr) — che raccomandava di utilizzare i vaccini a vettore virale sopra i 60 anni. Prima erano stati raccomandati sotto i 55, poi sotto i 60 e infine sopra i 60. Si parlava di trombosi profonde soprattutto nelle donne giovani. Quel giorno abbiamo preso una decisione: quel vaccino si sarebbe fatto solo a chi ha più di 60 anni, salvo diversa anamnesi del medico. Lo dissi al generale Figliuolo quando venne lo scorso 13 maggio: se resta questa l’indicazione, finiti gli over 60, i vaccini a vettore virale rischiano di finire su un binario morto. E quindi non abbiamo mai utilizzato l’open day. Ovvio che ora abbiamo un magazzino che sta crescendo. Abbiamo 400 mila vaccini di cui almeno 220 mila a vettore virale. I 140 mila di AstraZeneca li accantoniamo per le seconde dosi perché parliamo di un vaccino che funziona e dà un’ottima risposta anticorpale. Ma è vero che in Veneto siamo stati rispettosi al massimo dell’indicazione data da Agenzia italiana per il farmaco». Questa scelta però rallenta i numeri della campagna di vaccinazioni... «Si viaggia sui 40-50 mila vaccini al giorno ma dipende dalle forniture di Pfizer e Moderna. Possiamo arrivare a 100 mila al giorno. Sta funzionando anche l’accesso diretto per la singola dose di J&J agli over 60 che possono presentarsi in qualsiasi punto vaccinale senza appuntamento».
 
Pera: sì a una Federazione di centrodestra
Sul nome non si fa problemi: «Lo possiamo battezzare in tanti modi: partito conservatore, oppure liberale, o ancora repubblicano, all’americana», dice Marcello Pera, filosofo, ex presidente del Senato, favorevole a una Federazione di centrodestra. Intervistato da Stefano Zurlo sul Giornale, spiega: «la Lega si sta spostando al centro, pensi al cambio di marcia sull’Europa o sulla giustizia. Mi pare venuto il momento di mettere insieme forze che, sia pure con sensibilità diverse, rappresentano lo stesso centrodestra». Sarebbe la fine di Forza Italia? «Basta con le recriminazioni. Piuttosto, l’“unione” segnerebbe l’avvento di una nuova stagione. Draghi, con l’aiuto di 4 o 5 ministri a lui più vicini, decide le politiche del governo, i partiti sono in qualche modo più liberi di ridefinire le proprie identità». C’è un riposizionamento generale? «Si spaccano i vecchi contenitori». Il Pd? «Si è spostato a sinistra o, se vogliamo, sta diventando un partito radicale di massa, intestandosi la battaglia dei diritti civili a cominciare dal disegno di legge Zan». I Cinque stelle? «No, non si è ancora capito cosa vogliono essere». La Lega? «Sta progressivamente abbandonando le posizioni più gridate». C’è uno spazio comune con Forza Italia? «C’è la possibilità per la prima volta di creare un partito liberale e conservatore di massa». Liberale? «Liberale sul versante dell’economia e delle riforme, a cominciare da quella della Costituzione». Conservatore? «Rispetto ai valori che poi sono la difesa della tradizione cristiana». La Meloni? «È una destra diversa da quella per la quale si scisse dal Pdl, non sentendosi rappresentata». Che vantaggi porterebbe questa nuova federazione? «Anzitutto rafforzerebbe il governo Draghi che in questo momento è la miglior soluzione per l’Italia. E poi sarebbe la premessa per la nascita di un soggetto politico capace di innescare dinamiche utili per il Paese».
 
Patuanelli: il nuovo M5S deve parlare alle imprese
«Il nuovo Movimento 5 stelle deve fare una cosa: parlare alle imprese». Per Stefano Patuanelli, capodelegazione dei Cinque stelle al governo e ministro dell’Agricoltura, è qualcosa di più di una convinzione ereditata dalla passata esperienza al ministero dello Sviluppo economico. In una intervista con Federico Capurso, sulla Stampa, dice: «Deve essere un nostro tratto identitario, rivolgendoci soprattutto agli autonomi, alle partite Iva, agli artigiani, alla micro-impresa». Una svolta, rispetto al vecchio Movimento a trazione meridionale. Eppure al Nord avete sempre fatto fatica. Perché? «L’attenzione per il tessuto imprenditoriale era già nel nostro dna, ma se questa è stata la lettura data da tutti fino ad oggi, evidentemente qualcosa abbiamo sbagliato. Non abbiamo mai pensato, però, di poter essere trainati solo dal Sud. E se nell’identità del M5S c’è sempre stata la salvaguardia dei diritti dei più deboli, allora dobbiamo renderci conto che in questo periodo storico i commercianti, gli autonomi, gli artigiani, sono anch’essi in una situazione di debolezza. Iniziamo a fare proposte che possano migliorare la loro condizione». Ne ha già in mente qualcuna? «Ripartirei da un piano che chiamerei Transizione 5.0, con al centro la cedibilità del credito di imposta, un elemento essenziale per far ripartire la microimpresa. Si devono trovare delle soluzioni per superare le perplessità di Eurostat e della Ragioneria. È essenziale che anche le Pmi e la microimpresa possano investire con più forza e vedersi abbassare il carico fiscale». Come si fa a ricucire le tante anime del Movimento 5 Stelle? «Quello che vedo io sono i troppi personalismi e la volontà di alcuni di autoproclamarsi centrali, quando centrale è il Movimento. Al di là delle anime, è un problema che va superato: siamo tutti utili e nessuno indispensabile».
 
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