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Altro parere

Quel terrorismo di altro segno

Redazione InPi¨ 11/06/2021

Altro parere Altro parere Maurizio Ambrosini, Avvenire
Su Avvenire Maurizio Ambrosini sottolinea come si sia parlato molto poco sui mass media italiani di un fatto accaduto domenica scorsa in Canada, nella città di London (Ontario). Un giovane di neppure vent’anni ha investito volontariamente con la sua auto una famiglia di cinque persone, per la sola ragione che si trattava di musulmani. Quattro sono rimaste uccise, un ragazzino di nove anni è stato gravemente ferito. Erano arrivati dal Pakistan 14 anni fa, e vengono descritti come partecipanti attivi nella locale moschea, ma anche ben integrati nel contesto sociale. L’assalitore non aveva nessun rapporto con le vittime, non c’erano precedenti di litigi o tensioni. La motivazione dell’attacco è stata il semplice, ma fanatico, odio anti-musulmano, spinto fino alle estreme conseguenze. Non si tratta quindi di un mero fatto di cronaca, benché tragico. Si tratta di quello che, a parti invertite, sarebbe stato certamente definito come un attentato terroristico. La triste vicenda suscita tre riflessioni. La prima riguarda il Canada, il Paese che ha per primo e più convintamente adottato un modello di integrazione di diverse culture come politica pubblica, ma dove sembra si stia diffondendo una crescente intolleranza verso gli immigrati. La seconda riflessione riguarda la risonanza mediatica internazionale: bassissima. Terzo: chiamiamo terrorismo la violenza cieca che suscita un terrore diffuso, che spaventa la società nel suo insieme. Ma quando esplodono attacchi che hanno come bersaglio i musulmani, stentiamo a riconoscerli come attentati terroristici perché non prendono di mira noi, ma una minoranza identificabile, e per di più malvista. Quando avvengono, dalla Nuova Zelanda alla Germania, ora al Canada, ci si accorge troppo tardi che le avvisaglie, i messaggi, gli ambienti propulsori erano stati sottostimati.
 
Pierfrancesco De Robertis, Quotidiano Nazionale
Stavolta non è la solita «guerra tra procure», osserva sul Quotidiano Nazionale Pierfrancesco De Robertis, commentando la decisione dei pm di Brescia di indagare un paio dei pesi massimi della procura più mediatica d’Italia, quella di Milano, con l’accusa di aver occultato prove a discarico degli indagati, è molto di più. Anche perché la decisione dei pm bresciani arriva dopo un paio di giorni in cui il fronte giustizia è stato caldissimo.Prima le misure cautelari verso il procuratore di Taranto, Carlo Maria Capristo, poi l’apertura di un fascicolo al Csm sul cambio della gip «garantista» che a Stresa aveva scarcerato due dei tre arrestati per il Mottarone ed era stata «destituita» dal presidente del tribunale. Senza entrare troppo nel merito delle inchieste, si tratta di decisioni che in un qualche modo paiono descrivere un diverso orientamento di almeno una parte della magistratura sui comportamenti e sui modi di lavorare dei colleghi. Non vorremmo essere troppo ottimisti, ma pare leggersi un tentativo, una domanda di «terzietà» che non sempre prima era emersa nei ranghi delle toghe stesse. Quasi che fosse scattato una sorta di allarme, magari inconscio, su limiti che in qualche modo essi ritengono superati. I pm di Milano, come pure Capristo, avranno modo di difendersi e magari sapranno dimostrare di aver agito in correttezza, certo è che l’avvio di azioni penali contro personaggi così strutturati, non passano inosservate. Arrivano dopo anni in cui la magistratura e lo stesso Csm hanno visto prevalere lo spirito di corpo, e la maggior parte delle inchieste tra giudici nascevano per stroncarsi a vicenda le carriere. Aspetto che pare in questo caso essere del tutto in secondo piano. Quasi che il discredito nei confronti dei giudici (si fida dei magistrati solo il 30 per cento degli italiani, mentre anni fa le toghe erano ai vertici insieme alla Chiesa e ai carabinieri) abbia fatto suonare una sorta di campanello, che a questo punto ci possiamo solo augurare la politica raccolga al più presto.
 
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