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L'Europa ritrova il calcio

Sintesi degli editoriali dei principali giornali

Redazione InPi¨ 11/06/2021

L'Europa ritrova il calcio L'Europa ritrova il calcio Emanuela Audisio, la Repubblica
Prendono il via oggi gli Europei di calcio nell’inedita formula itinerante, con la partita Italia-Turchia allo Stadio Olimpico di Roma riaperto parzialmente al pubblico, e su Repubblica Emanuela Audisio parla di un ritorno alla quasi normalità, per un’Europa diversa e dai confini molti larghi, unita e disunita, con l’Inghilterra della Brexit fuori, ma con la finale dentro Wembley, a Londra. Europei per la seconda volta a 24 squadre, con 26 convocati (al posto di 23), con 5 sostituzioni (al posto di 3), con il Var. Gli stadi torneranno ad avere la loro voce, una colonna sonora collettiva. Torna il tifo, per molti il dodicesimo uomo, quello che spinge quando non ne hai più, quello che fischia quando si sente tradito o magari fa pernacchie. Avrà la stessa voce o il virus l’avrà cambiata? Può essere che l’anno di astinenza abbia peggiorato le corde vocali e intellettuali di chi vomita insulti. Oppure la disintossicazione porterà ad apprezzare corpi e cuori che meritano dignità e rispetto. C’è chi è rassegnato a un tifo vintage e chi se ne augura uno nuovo. Ritorno al passato o al futuro? Con la speranza che lo sport possa essere non un barcone ma un’arca di Noè su cui condividere le nostre diversità. Sono Europei, ma invece di star fermi in un Paese, si parte da Roma per arrivare a Londra, passando per Baku, San Pietroburgo, Bucarest, Glasgow, Siviglia, Monaco, Copenaghen, Amsterdam, Budapest. Undici città che nel calcio (e non solo) hanno storia, ma nazionali che hanno radici che si mischiano e si allungano altrove. Le squadre nate in casa non ci sono più. Migrazioni, guerre, fame, incroci di vite e dei sentimenti, velocità di spostamenti, scelte multiculturali (l’Erasmus del pallone), hanno cambiato il continente del calcio. Più del 10% dei giocatori convocati non sono nati nei Paesi per cui giocano. È stato un anno triste e assurdo, dove ogni respiro era una minaccia, l’Europeo itinerante come un circo, ma testato e vaccinato, dovrebbe far passare la paura e far tornare la voce.
 
Gabriele Romagnoli, La Stampa
Anche La Stampa d Torino apre oggi con un commento di Gabriele Romagnoli sugli Europei di calcio e il ritorno a una quasi normalità nel Vecchio Continente ferito dalla pandemia. Un’Europa che prova a rimettersi insieme nel solo modo che gli uomini hanno concepito da quando sono venuti al mondo: giocando. Si butta una palla in cortile e tutti accorrono, improvvisamente guariti dai mali e dai cattivi pensieri. Nel 2016 il continente colpito dal terrorismo si ritrovava proprio nell’epicentro: la Francia che aveva vissuto le stragi di Charlie Hebdo e del Bataclan. Schierava i suoi giovani, inseguiva una perduta allegria, consapevole che si è sempre giocato, perfino nei campi di prigionia, perché la partita è un’ora (e mezza) d’aria. La pandemia ha decretato soltanto una sospensione, un rinvio. Alla scelta, apparsa al tempo scombinata, di sedi sparpagliate, da Roma a Baku, si può ora attribuire una fatale preveggenza, l’inconsapevole intenzione di portare frammenti di gioia dove è passato il dolore. Basta non esagerare, basta ricordare che questo è un palliativo e non una cura. Altri rimedi verranno, per ora “facciamo finta di essere sani”. Ci sono ancora vittime, ricoverati e ci sono contagiati anche nelle squadre partecipanti. Ci sono bandiere no vax, sì vax, forse vax. Gli stadi non saranno pieni, il calcio non sarà quello vero al cento per cento, ma intanto c’è, intanto si vede l’alba oltre i cancelli. Dal fischio di re-inizio nella scorsa primavera non si è praticamente più smesso di giocare. Atleti e spettatori arrivano esausti, dopo troppe coppe e tornei, eppure sono pronti a spremere le ultime energie e l’estrema attenzione. È l’Europa, stavolta. Quella che due anni fa in tanti esecravano e a cui ora si chiede di recuperarci, che è un modo più burocratico per dire tenerci a galla, salvarci.
 
Giuseppe De Rita, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera, Giuseppe De Rita mette in guardia dagli effetti pericolosi di quella sottile ansia in circolo nell’opinione collettiva italiana, un’ansia – scrive il sociologo – che alimenta l’attesa della ripresa dopo la crisi pandemica ed economica degli ultimi mesi; che stimola le speranze che arrivi una svolta decisiva nel nostro sviluppo; che spinge a decifrarne sintomi e dati magari rincorrendo i decimali delle variazioni di Pil; che porta un po’ tutti, governanti ed opinionisti, a incitare i cittadini ad assumere nuove e più accentuate responsabilità. Un clima che richiama tutte le «epopee» degli ultimi decenni, dalla ricostruzione post-bellica al superamento delle gravi crisi dei primi anni Duemila; e che arriva anche ad un rilancio potenziale dell’immaginario collettivo, verso un’idea di Italia diversa e migliore. Non si sfugge però alla sensazione che tale volontaristico rilancio non riesca a decollare, non riesca cioè ad innervare coerenti comportamenti di massa, quasi che vinca la consapevolezza che i tempi sono cambiati rispetto ai decenni precedenti, e che l’attuale insieme dei sentimenti collettivi e delle attese non sia riconducibile a una nuova fase di mobilitazione collettiva. Chi, come me, è stato analista e cantore di tutte le grandi epopee dal dopoguerra, avverte chiaramente che il richiamarle come esempi da rivivere oggi è un esercizio sempre meno mobilitante. Gli italiani di oggi sanno di vivere una crisi tutta loro, nei singoli luoghi e nelle singole modalità di lavoro; ed è naturale che nei loro pensieri vincano le componenti del loro necessario impegno soggettivo. È quindi comprensibile che l’ansia di ripartenza non riesca ad andare oltre l’attesa di un magico avvento dei decimali di Pil, senza che si crei una mobilitazione collettiva su precisi obiettivi di sviluppo del sistema.
 
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