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Rifondare il Paese sul lavoro

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 09/06/2021

In edicola In edicola Carlo Verdelli, Corriere della Sera
“L’Italia è una Repubblica democratica che andrà rifondata sul lavoro, come previsto dal primo comandamento della nostra Costituzione. Non sarà facile, anzi rischia di diventare, dopo l’indiscutibile credito guadagnato nella lotta alla pandemia, la nuova emergenza su cui si misurerà la bontà e la tenuta di un governo come quello di Mario Draghi”. Lo scrive Carlo Verdelli sul Corriere della Sera: “Essere stato concepito con una stragrande maggioranza, e con un premier d’acciaio - sottolinea l'editorialista - è un vantaggio nell’affrontare questioni complicatissime ma in fondo condivisibili da chiunque (salvare il Paese dal Covid, ottenere i crediti per il rilancio nazionale). Vedremo se continuerà ad esserlo adesso che si entra nel campo delle decisioni più politiche, per esempio la data dello sblocco dei licenziamenti e le garanzie concrete per le centinaia di migliaia di persone (da 70 a 500 mila, a seconda del grado di ottimismo delle previsioni) che pagheranno il primo conto ai guasti dilatati da un anno e mezzo di coronavirus. Servirà enorme equilibrio per trovare soluzioni che non dispiacciano all’Europa che ce le chiede, e anche con piglio, ma che insieme non indirizzino la ripartenza del Paese in una direzione che sacrifichi la pietra miliare della nostra Carta: il lavoro, appunto, come condizione di libertà, dignità e quindi autonomia di ogni singolo cittadino. La condizione del vivere in una democrazia, senza il rischio di perderla, la vita, per un più di sfinitezza, per un meno di dovuta protezione”. Sul tema del lavoro, sottolinea quindi Verdelli, entra con forza quello molto pesante delle cosiddette morti bianche: “Da noi, dieci anni fa stavano sotto quota mille. Nel 2020, con i calcoli ulteriormente complicati dall’effetto Covid specie su medici e infermieri, sarebbero 1.270, il 16% in più del 2019. Al ministero del Lavoro, il «personale ispettivo» è di 2.561 unità, di cui soltanto 1.500 a tempo pieno, e con appena 222 tecnici specializzati per ispezioni in materia di sicurezza. Quando si muovono, è un disastro per i controllati: nel 2020, su 10.179 accertamenti eseguiti, sono emerse 8.069 irregolarità”.
 
Stefano Folli, la Repubblica
Su Repubblica Stefano Folli prende in esame quello che dovrebbe essere “il partito di Conte” e ne analizza “i suoi limiti”: “Il ritorno in tv di Giuseppe Conte – scrive Folli - è stato commentato per lo più in modo negativo. Si è detto che l’avvocato pugliese, una volta privato della cornice istituzionale che faceva brillare la sua immagine, ha mostrato tutti i suoi limiti politici e di comunicatore. Il che senza dubbio è vero, tuttavia va detto che il movimento dei Cinque Stelle è sfilacciato al punto che il generale, se si volta indietro, non riesce più a vedere dove sia l’esercito. Le incongruenze, le vaghezze e le contraddizioni sono anche figlie di questa realtà. Conte ha ripreso a parlare — e a ripetere le formule ormai consunte del “grillismo” — con il legittimo obiettivo di non disperdere la sua popolarità che è ancora grande nei sondaggi. Ma egli si rende conto che tale patrimonio è in via di dispersione se non viene collegato a un progetto politico o a qualcosa che gli assomiglia. Qui è la difficoltà decisiva. Per restare padrone del suo destino, e quindi nutrire la sua popolarità, Conte avrebbe una carta privilegiata da mettere sul tavolo: presentarsi come l’anti-Draghi. In cuor suo lo vorrebbe, ma non può farlo per una serie di ragioni. Per molti aspetti Conte ha quindi le mani legate. In teoria potrebbe attendere il semestre bianco e portare i 5S fuori dal governo così da guadagnare un margine di manovra. Ma occorrerebbe coraggio, grande determinazione nonché la coscienza di dover affrontare uno scontro con i “governisti”. Cosa rimane allora all’avvocato per esercitare la sua leadership? Forse la trattativa con una serie di personaggi a cui chiedere la tregua interna in cambio di una sorta di cogestione. È ciò che Conte lascia intendere quando promette: «Non voglio essere solo al comando». Eppure è proprio quello che le circostanze lo indurranno a fare. Il partito di Conte — da definire anche con un cambio del nome e del simbolo — è ovviamente un azzardo. Vuol dire scendere nel campo della contesa politica con argomenti solidi, anziché con qualche mezza frase evasiva da talk show. E vuol dire essere chiari sui rapporti con il Pd e quindi sui motivi per cui un elettore dovrebbe scegliere di votare il movimento anziché il partito di Enrico Letta. Al momento una leadership di questo tipo è un’ambizione lungi dal realizzarsi”.
 
Elena Loewenthal, La Stampa
“Sempre sì ai vaccini ma occorre fare chiarezza". Lo dice Elena Loewenthal sulla Stampa a proposito dei dubbi sui vaccini ai giovanissimi: “Sono vaccinista sino al midollo. Ben di più: sono indicibilmente grata alla scienza. Lo sono da sempre – scrive - perché la scienza è la testimone vivente che l’umanità procede lungo la linea del progresso malgrado una quantità quasi innumerevole di passi falsi commessi lungo la storia - non dalla scienza - da tutto il resto. Lo sono infinitamente di più in quest’ultimo anno e mezzo visto il miracolo dei vaccini per quanto inadeguata risulti la terminologia della fede in questo ambito. Di fiducia si tratta, piuttosto. Sono anche felice di vedere procedere così spedita e fiduciosa la campagna vaccinale nel nostro Paese, perché questo è l’unico modo che abbiamo per uscire dall’incubo del Covid - e tutti non desideriamo praticamente nulla d’altro, nulla di più, da un anno e mezzo a questa parte. Ma. Ma c’è un ma, in questi giorni. Che non è un ma da poco. Un “ma” che inquieta e preoccupa. Lo ha espresso con chiarezza e incisività l’Associazione Luca Coscioni per la libertà della scienza, invitando a “fermare le vaccinazioni sotto i 30 anni con AstraZeneca e Johnson&Johnson”. Così hanno raccomandato alcuni virologi, così raccomanda la Fondazione Gimbe, visto il bilanciamento di rischi fra la malattia e questo tipo di vaccini. Certo, la mia generazione di donne ha usato per anni e decenni pillole anticoncezionali che, al confronto con quelle di oggi, erano bombe ad alto rischio trombotico. Eppure, meno male che le avevamo a disposizione. Il progresso della scienza medica sta anche in questo continuo alzare la soglia del rischio che dobbiamo correre. A proposito dei vaccini ad adenovirus modificato c’è dibattito nel mondo scientifico. Non tutti gli scienziati la pensano nello stesso modo, come capita sempre. Ma la campagna vaccinale è un’altra cosa: sono le istituzioni, la politica. E le persone. È bello vedere come procede spedita. Le scorte ci sono, e l’assortimento pure: quanto tutto è cambiato, rispetto ad alcune settimane fa. Proprio per questo non è ammissibile che la campagna vaccinale proceda nell’indifferenza al dibattito scientifico, continuando a somministrare vaccini ad adenovirus modificati malgrado le raccomandazioni e il fattore di rischio per i giovani. Non possiamo correre rischi del genere: né per la loro salute, né prima ancora per la loro fiducia nella scienza”.
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