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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 09/06/2021

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Orlando: ammortizzatori, a luglio via alla riforma
Sul blocco dei licenziamenti «la partita non è stata persa». Il ministro del Lavoro Andrea Orlando – intervistato dal direttore della Stampa Massimo Giannini – torna sullo scontro di cui è stato protagonista all’interno della maggioranza e avverte Salvini: «Non bisogna fare tattica politica sulla vita delle persone». Quanto a Confindustria, che prevede assunzioni, «mi pare che il loro ottimismo sia eccessivo, ma spero che Bonomi abbia ragione». Il ministro annuncia che la riforma degli ammortizzatori sociali «sarà pronta per i primi di luglio, ma servirà un confronto il Mef per trovare le risorse». E dice la sua sul Pd di Letta, che deve continuare a costruire l’alleanza con il M5S e ricomporre le fratture nel centrosinistra. La questione più urgente, però, è quella dei licenziamenti, con l’ipotesi di prolungare il blocco in modo selettivo, solo per alcuni settori più in crisi. Si va in questa direzione? «La mia posizione e quella del Pd è che più strumenti abbiamo per gestire questo passaggio e renderlo graduale e meglio è, ma mi astengo dal formulare altre ipotesi, attendiamo il confronto tra le forze politiche e sociali. Serve che maturi una precisa volontà politica, col consenso di tutta la maggioranza. In caso contrario, gestiremo questo passaggio con gli strumenti di cui disponiamo». C’è chi dice che il blocco non sia servito, perché abbiamo perso comunque un milione di posti di lavoro, contratti a termine non rinnovati… «Rispetto alla crisi precedente, ha consentito di difendere la nostra capacità produttiva, di tenere in piedi imprese che rischiavano di saltare per problemi finanziari. Io non sono innamorato di questa misura, a mio avviso si poteva fare in modo più selettivo fin dall’inizio, ma ora è una discussione accademica: oggi bisogna affrontare gli effetti dell’esaurimento di questo strumento».
 
Martelli: è il momento di una sola Camera con 600 eletti
«È arrivato il momento di un’unica assemblea parlamentare»: lo dice in una intervista con Giuseppe Alberto Falci (Corriere della Sera) Claudio Martelli, ex deputato ed ex ministro socialista, che ha lanciato questa proposta dalle colonne dell’Avanti, mensile che dirige. Martelli, lei crede per davvero che ci siano le condizioni per superare il bicameralismo? «Prima di tutto, farei un po’ d’ordine». Prego. «Il taglio del 40% dei parlamentari di Camera e Senato confermato dal referendum popolare dello scorso settembre ha generato conseguenze in contrasto con diverse previsioni costituzionali». Non sono sufficienti i correttivi costituzionali previsti dalla vecchia maggioranza giallorossa? «Quelli sono tutti rammendi, cerotti su una tela che è stracciata. Di fatto, il referendum che ha tagliato i parlamentari ha dato un colpo mortale al bicameralismo». Per quale ragione? «Primo: un Senato di soli 200 membri non potrebbe garantire la rappresentanza di piccole regioni e province autonome per non dire delle minoranze politiche». Quali sono gli altri effetti distorsivi del taglio? «Un Senato piccolo piccolo sarebbe indotto a recepire i provvedimenti varati dalla Camera con ciò certificando la propria inutilità, o comunque non sarebbe in condizione di assicurare un’istruttoria adeguata in commissioni che saranno mutilate nel numero dei loro membri costretti a deambulare tra contemporanei ed esigenti impegni». Perché dovrebbe essere questo Parlamento, così eterogeneo e litigioso, a fondere Camera e Senato? «L’attuale contesto di unità nazionale è il più propizio per un impegno unanime del Parlamento in perfetto spirito repubblicano». Sono sufficienti due anni per approvare questa riforma? «Direi che sono più che sufficienti. D’altro canto, noi chiediamo di farne una e basta, ovvero di creare un Parlamento unico di 600 membri».
 
La sindaca di Crema Stefania Bonaldi: un sistema da rivedere
Alessia Gallione, su Repubblica, intervista la sindaca di Crema, Stefania Bonaldi (Pd), indagata per un incidente avvenuto lo scorso ottobre in un asilo comunale, fortunatamente senza gravi conseguenze. Una vicenda «paradossale» ed «emblematica di un sistema, e non lo dico pensando alla magistratura a cui rinnovo la mia piena fiducia, che deve cambiare», dice la sindaca. Che cosa ha provato ricevendo quell’avviso di garanzia? «Di primo acchito un grande avvilimento. Ci sono voluti un paio di giorni per metabolizzare. Poi vai avanti con un impegno anche più forte di prima, ma è stato un brutto colpo. Fortunatamente, ed è quello che conta, il bambino non ha riportato lesioni permanenti. Ma a spiegare tutto basterebbe la locandina dei giornali: “Bimbo si schiaccia due dita, sindaca indagata”. Potrebbe sembrare il Vernacoliere». Ma perché viene considerata lei responsabile? «Mi viene contestata la violazione della delibera di Regione Lombardia del 2020 relativa agli asilo nido in cui, recito, “gli elementi costruttivi, gli arredi e le attrezzature compresi i giochi, devono avere le caratteristiche antinfortunistiche”. Nel merito ritengo di avere ampie motivazioni per contestare quanto mi viene addebitato, ma quello che mi interessa ora è il dibattito aperto in modo bipartisan a livello nazionale: il rischio concreto è che un sindaco finisca per avere responsabilità oggettive per qualsiasi cosa accada nel suo comune». È quello che dicono i suoi colleghi, che descrivono la sua vicenda come «assurda». «Sì, da Gori a Nardella fino a Ricci, sto ricevendo grande solidarietà forse perché tutti sanno che potrebbe accadere anche a loro». Ecco, ma che cosa rischia un sindaco? «Un avviso per abuso d’ufficio ogni volta che mette una firma e se non la mette un’imputazione per omissione di atti di ufficio. È urgente una modifica della legge in modo da circoscrivere le responsabilità».
 
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