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La giustizia e il difficile equilibrio

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 08/06/2021

In edicola In edicola Angelo Panebianco, Corriere della Sera
“È bastato l’annuncio per scatenare un maremoto. Con onde alte che minacciano di abbattersi sui fragili equilibri della politica italiana. La raccolta delle firme dei referendum radicali sulla Giustizia appoggiati dalla Lega non è ancora partita ma ha già innescato movimenti trasversali forse destinati a rimescolare diverse carte a destra, a sinistra e al centro”. Angelo Panebianco sul Corriere della Sera parla del difficile equilibrio tra politica e magistratura. “In parte – scrive - ha contato la scelta dei tempi: la magistratura non gode più del consenso incondizionato dell’opinione pubblica. In parte ha contato, e conta, il metodo: quella capacità di stabilire alleanze trasversali su specifiche battaglie politiche di grande rilievo che il Marco Pannella dei suoi dì migliori ha lasciato in eredità ai radicali. Sposando la campagna referendaria radicale Salvini ha fatto una mossa tatticamente molto abile. Costringerà l’intero centrodestra a subire la sua leadership in materia di rapporti fra politica e magistrati. L’iniziativa radicali/Lega, inoltre, funge da calamita per tutta la (frammentatissima) area centrista, da Italia viva all’Udc, al gruppo Bonino eccetera. Per giunta, come si è già visto, essa mette in grande difficoltà il Partito democratico. Da Goffredo Bettini ad altri importanti esponenti di quel partito sembra piuttosto ampio il fronte di coloro che intendono appoggiare i referendum radicali. Il segretario e, sicuramente, una buona parte del partito, sono contrari. Non si esagera se si dice che il futuro della democrazia italiana dipende da come verranno affrontati i nodi della giustizia. In primo luogo bisogna sapere che se il governo Draghi tra qualche mese cadrà (con conseguenze imprevedibili), esso, quasi certamente, cadrà proprio sulla questione giustizia. È sulla riforma Cartabia che, presto o tardi, si spaccheranno i 5Stelle. Ci saranno tensioni crescenti e durissime contrapposizioni. Ma se alla fine si ottenesse un ragionevole equilibrio, una condizione in cui siano salvaguardate tanto l’indipendenza dei magistrati quanto le prerogative della politica rappresentativa, ecco che allora forse nascerebbe qualcosa di nuovo: qualcosa di somigliante a una democrazia liberale”.
 
Stefano Folli, la Repubblica
Stefano Folli su Repubblica analizza i movimenti nel centrodestra e in particolare “il patto di Salvini e il bivio in Europa”. “I risvolti sul piano europeo del possibile patto tra Salvini e Berlusconi – scrive - sono ancora da scandagliare, messi in ombra dalle questioni domestiche. Ma non è difficile immaginare che siano destinati a occupare un posto centrale nel prossimo futuro, al punto da condizionare tutto il resto. E si capisce perché: Forza Italia rappresenta una componente significativa di quel Partito popolare che ha avuto in questi anni Angela Merkel come punto di riferimento. Adesso il declino del partito berlusconiano attenua il suo ruolo in Europa, eppure in Italia i democristiani continentali — tedeschi in primo luogo — non hanno un altro interlocutore paragonabile a Forza Italia. Viceversa la Lega di Salvini è collegata da tempo alle formazioni della destra nazionalista, senza troppe distinzioni. Se mai il patto (o la federazione o addirittura il partito unico) con quel che rimane di Forza Italia prenderà forma, non è pensabile che i due contraenti si attestino su posizioni divergenti in Europa. O che resti una riserva mentale da parte leghista. D’altra parte il passaggio di Salvini dalla sponda cosiddetta “sovranista” alla riva di una sostanziale ortodossia europea, simboleggiata proprio dal Ppe, non sarebbe indolore: comporterebbe un’adesione al disegno sempre coltivato da Giorgetti e Zaia, ma contrastato dal leader che ha inseguito per anni il miraggio di un’Unione diversa da quella di Bruxelles. Del resto, l’Europa di domani potrebbe essere diversa da quella pre-pandemia, con le sue intransigenze rigoriste. Potrebbe... tuttavia nessuno ha certezze. Molto dipende da come evolverà la situazione a Berlino. Per paradosso persino l’intesa nel centrodestra italiano finirà per essere condizionata dai futuri equilibri tedeschi. Le recenti parole di Schäuble circa il rientro dai debiti della stagione Covid lasciano intendere che il futuro è ancora tutto da scrivere. Anche di questo dovrà tener conto Salvini nel suo percorso di conversione”.
 
Stefano Lepri, La Stampa
Il guaio della politica che presta ascolto solo a chi urla di più. Così Stefano Lepri sulla Stampa: “Nessun Paese avanzato – sottolinea - ha bloccato i licenziamenti durante la crisi da Covid; salvo per un breve periodo iniziale, l’anno scorso, la Spagna, dove c’è un governo di sinistra. Come ormai è noto, in Italia il blocco non ha impedito che circa mezzo milione di posti di lavoro dipendenti sparisse, soprattutto per mancato rinnovo di contratti precari. La dice lunga sulla politica italiana il fatto che abbia dimostrato un certo attaccamento al blocco – ora rientrato, pare – anche la Lega, oltre alle forze di sinistra che storicamente sono influenzate dai sindacati, e al M5S. Si conferma che abbiamo davanti partiti deboli, che in mancanza di capacità progettuale propria inseguono i gruppi di interesse più robusti e determinati. Ormai che è in vista l’uscita dalla recessione da pandemia, e che addirittura in alcune città e in certi settori si parla di posti di lavoro vacanti, la questione dovrebbe sdrammatizzarsi. Non ha senso bloccare le uscite da imprese che non ce la fanno più quando ce ne sono altre pronte a sfruttare, assumendo, le occasioni nuove che si aprono. Tanto più spicca quanto fosse assurdo che il Pd, al tempo di Nicola Zingaretti, accusasse la Lega di «neoliberismo» (per i neoliberisti è essenziale non porre vincoli ai licenziamenti). Nell’attuale legislatura tutte le forze politiche più che rivolgersi direttamente ai cittadini hanno cercato consenso dalla somma di minoranze molto determinate, ritenute le uniche capaci di spostare voti. Ora, con il governo Draghi che un progetto collettivo cerca di individuarlo, quelle istanze diventano bandiere all’interno di una maggioranza eterogenea. In alcuni casi, l’effetto può essere dirompente. Il più grave è il fisco, dove la ricerca delle minoranze arrabbiate porta a compiacere gli evasori fiscali (condono delle cartelle e altro) piuttosto che la generalità dei contribuenti. Insomma il rischio è che restino senza rappresentanza parti importanti del Paese. Da una parte le tante imprese che rispettano le leggi e pagano le tasse, ma non vogliono sottostare a obblighi irrazionali; dall’altra i lavoratori non garantiti o disoccupati. In teoria, dovrebbero occuparsene rispettivamente la destra e la sinistra; ma i canali d’ascolto funzionano poco”.
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