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Redazione InPi¨ 01/06/2021

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Meloni: giovedì vedrò Draghi, basta limiti alla libertà
Giovedì Giorgia Meloni incontrerà il premier Mario Draghi. Lo rivela la stessa leader di Fratelli d’Italia, intervistata sul Corriere della Sera da Paola Di Caro. «Gli avevo chiesto incontri periodici e cadenzati anche con l’opposizione, perché riteniamo di poter dare il nostro contributo – spiega Meloni -. Apprezzo che Draghi ci abbia ascoltato». Cosa andrà a dire a Draghi per portare a casa un risultato? «Il risultato non lo cerco per me, ma per gli italiani. Solleverò il tema delle limitazioni della libertà personale che non può più essere sottaciuto, insisterò perché si acceleri quanto più possibile sulle riaperture interrompendo la continuità di azione su questo piano con il governo Conte». Come Salvini e Letta, chiederà garanzie sul blocco dei licenziamenti? «Purtroppo non basta bloccare i licenziamenti per salvare posti di lavoro. Il vero problema da affrontare è che il 40% delle aziende rischia la chiusura, con il risultato che milioni di italiani finirebbero per strada in ogni caso». L’alternativa quale è? «Bisogna concentrarsi sula tenuta delle imprese, sulla loro continuità. Noi abbiamo proposto l’unificazione degli anni fiscali 2020-21 per pagare le tasse giuste nel 2022, e un regime fiscale di favore per chi resiste e mantiene i livelli occupazionali. E poi porteremo a Draghi temi trascurati. Sono tante le cose da fare». Battaglie che per Salvini il centrodestra dovrebbe fare unito, a partire dall’Europa. «Da presidente dei Conservatori europei dico che il mio obiettivo è proprio allargare la nostra casa con chi nel Ppe si sente subalterno al peso del Pse e chi nei gruppi di destra vuole uscire da un certo velleitarismo anti-europeo e contribuire a creare una nuova Europa con più forza e concretezza». E in Italia? Salvini sembra pensare ad un asse con FI e una federazione. «Personalmente non ho velleità di fusione, credo l’esperienza del Pdl abbia dimostrato quanto sia difficile quel percorso».
 
Vendola: anche la giustizia va bonificata
«Sono finito in una tagliola giudiziaria». Lo afferma Nichi Vendola, l’ex governatore della Puglia e leader della sinistra ecologista, condannato a tre anni e mezzo per concorso in concussione aggravata nell’inchiesta sul disastro ambientale dell’ex Ilva di Taranto. Giovanna Casadio l’ha intervistato per Repubblica. Quale è stata la sua reazione alla lettura della sentenza? «Aspettavo con ansia la fine di un incubo che dura da troppi anni. Invece subisco una condanna assurda, che avalla un’accusa grottesca. E io che ai Riva non ho mai fatto sconti e dai Riva, a differenza di tanti, non ho preso neppure un euro, a questa sentenza mi ribello». Ha detto che la sentenza è una vergogna e un delitto contro la verità, però i veleni dell’ex Ilva sono un fatto: non si riconosce alcuna responsabilità? «Un secolo di inquinamento industriale, oltre mezzo secolo di siderurgia a Taranto sono finite addosso alle mie spalle, cioè della prima classe dirigente che non ha fatto finta di niente, che ha agito contro i veleni. Le uniche leggi regionali in Italia contro la diossina e il benzopirene le abbiamo fatte in Puglia. Noi abbiamo scoperchiato la pentola. Prima di noi, l’Ilva si autocertificava i dati sulle emissioni. I 200 camini dell’Ilva non erano mai stati monitorati da un’agenzia indipendente. Prima del mio governo non esisteva la parola diossina. Sono atti pubblici. Il paradosso è che se io non avessi sfidato i Riva non sarei finito dentro questa tagliola giudiziaria». Le leggi ambientali della Puglia, secondo i giudici, non hanno impedito la complicità con i Riva. «Sono accusato di “concussione implicita”, così implicita che non hanno neppure provato a dimostrarla». La sentenza rappresenta un addio definitivo alla politica? «Anche la giustizia è avvelenata e va bonificata. La violenza che subisco mi fa comprendere quanto sia importante continuare a lottare».
 
Landini: il governo ci ascolti o mobiliteremo il Paese
«Non si cambia il Paese senza il mondo del lavoro». Lo ha affermato il segretario generale della Cgil Maurizio Landini nel corso della trasmissione web “30 minuti al Massimo” col direttore della Stampa Massimo Giannini, trasformata stamane in intervista da Niccolò Carratelli. Come valuta la sentenza sull’Ilva? «Noi della Cgil ci siamo costituiti parte civile di questo processo, abbiamo sempre pensato che la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini venga prima del profitto e del mercato. E abbiamo sempre denunciato ciò che l’azienda dei Riva non aveva fatto. Al di là della sentenza, ora è importante accelerare tutti gli investimenti, per far sì che la nuova azienda, con la presenza dello Stato, sia in grado di produrre acciaio rispettando salute e ambiente». Il governatore di Bankitalia ha elogiato i governi che hanno sostenuto imprese, lavoratori e famiglie, ma ha spiegato che non si può continuare con un’economia assistita. Condivide? «Nessuno pensa di restare a regime con un’economia assistita, ma non possiamo tornare semplicemente a come stavamo prima della pandemia. Bisogna usare i quasi 300 miliardi che arriveranno per produrre cambiamenti, fare le riforme, ma anche scelte di politica industriale. Visco si è posto il problema del ruolo dello Stato: io penso che in questa fase il mercato da solo non sia in grado di affrontare i problemi e creare lavoro». Parliamo della formula di governance del Pnrr: il coinvolgimento delle parti sociali vi soddisfa? «Non ci soddisfa pienamente: va bene la cabina di regia alla presidenza del Consiglio ma noi abbiamo chiesto di coinvolgere le organizzazioni sindacali nel processo decisionale e sulla realizzazione delle riforme. Non ci deve essere la preoccupazione che se arriva il sindacato poi non si risolvono problemi, si può fare presto e bene anche con il nostro contributo. Il lavoro deve tornare al centro, se non avviene si mobilita il Paese».
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