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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 07/05/2021

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Kyriakides: gli Usa sblocchino l’export dei vaccini
La Commissione europea è pronta a discutere della proposta di Biden di sospendere i brevetti sui vaccini anti-Covid ma invita gli Stati Uniti a sbloccare intanto l’export dei sieri, cosa che ancora non hanno fatto. Lo ricorda Stella Kyriakides, commissaria Ue alla Salute, intervistata sulla Stampa da Marco Bresolin. L’amministrazione americana si è schierata con India e Sudafrica per chiedere la liberalizzazione dei brevetti: l’Ue sosterrà questa posizione? «Siamo pronti a discutere tutte le proposte per affrontare questa crisi in modo pragmatico. Ma per il momento, essendo noi una regione che esporta vaccini su vasta scala, ci teniamo a sottolineare che è importante assicurare che i farmaci raggiungano ogni angolo del mondo il più presto possibile. Per questo chiediamo agli altri Paesi che producono vaccini di consentirne l’esportazione e di evitare misure che possano danneggiare le catene di approvvigionamento». Chi contesta la liberalizzazione dei brevetti dice che non è questo il modo per risolvere il problema dell’accesso ai vaccini: è la posizione dell’Ue? «Parlando da una prospettiva di salute pubblica, posso dire che sin dall’inizio noi non abbiamo lasciato nulla di intentato nell’affrontare la pandemia. Da subito l’Ue ha sostenuto un approccio multilaterale per assicurare la fornitura di vaccini ovunque. Siamo il primo donatore in termini di esportazioni verso gli altri Paesi. Abbiamo esportato 200 milioni di dosi. Ma non dobbiamo dimenticare che i vaccini non possono essere l’unica risposta al Covid». In che senso? «I vaccini sono estremamente importanti, fanno la differenza. Però bisogna guardare anche ad altri aspetti: il Covid-19 è ancora molto diffuso in molte parti d’Europa. C’è tanta gente nelle terapie intensive e anche chi lo ha avuto in passato continua a patire i suoi effetti dopo settimane o addirittura mesi. Per questo dobbiamo gestirlo e controllarlo per minimizzarne l’impatto. Dobbiamo essere in grado di curare i cittadini, non soltanto di vaccinarli».
 
Dompé: la proposta di Biden sarebbe un esproprio
«No, non è possibile che abbia detto una cosa del genere, ho subito pensato. Mi sono cadute le braccia». Lo afferma, in un’intervista a Margherita De Bac del Corriere della Sera, Sergio Dompé, ex numero uno di Farmindustria e presidente dell’omonimo gruppo farmaceutico, parlando della proposta di Biden di sospendere i brevetti sui vaccini anti-Covid. Non se lo aspettava da Biden? «Proprio così, non mi aspettavo che il discorso dei brevetti venisse liquidato con degli slogan. Sa che mi è venuto in mente? Il doge di Venezia». E che c’entra? «Nel 1474 fece un editto per promuovere la conoscenza e l’innovazione e attirare nella Serenissima la migliore intellighenzia riconoscendo i diritti di invenzione a patto che le scoperte venissero rese pubbliche». Invece adesso? «In un momento come questo in cui abbiamo compiuto uno sforzo incredibile per trovare in meno di 12 mesi un vaccino utilizzando una tecnologia che un anno e mezzo fa non esisteva, be’ in un momento storico del genere vengono proposte ricette semplicistiche. Le avrei viste bene in bocca ad altri, non a Biden». Ha fatto una gaffe il presidente? «Ha dimostrato di non avere sufficiente consapevolezza della complessità che sorregge un risultato così straordinario, frutto di un sistema che andrebbe incentivato anziché espropriato. Governi, industrie, gruppi di ricerca, tutti insieme per raggiungere l’obiettivo». Perché parla di esproprio? «Questi successi dovrebbero servire a tenerci uniti e non a dividerci. L’idea dell’esproprio brevettuale significa non lavorare con chi quel brevetto lo possiede. Insomma, è un intervento divisivo. La quantità immensa dei vaccini prodotti oggi è frutto dell’enorme sforzo di un’unica squadra. E adesso dire alle aziende, che certo hanno avuto la loro parte, grazie, potete accomodarvi, mi sembra davvero mancanza di realismo».
 
Bettoni: per avere più sicurezza sul lavoro servono più ispettori
«Bisogna indignarsi e continuare a parlare di sicurezza sui luoghi di lavoro tutti, tutti i giorni. Occorre investire di più, assumendo anche più personale». Lo afferma Franco Bettoni, presidente Inail, intervistato sulla Stampa da Paolo Baroni dopo gli ultimi casi di morte sul lavoro. Presidente, è uno stillicidio. «Innanzitutto, voglio manifestare la mia vicinanz alle famiglie. Poi, se guardiamo al bilancio del fenomeno infortunistico, va detto che è purtroppo ancora molto preoccupante. E questo ci fa comprendere che non si fa ancora abbastanza per combattere la piaga degli incidenti sul lavoro». E quindi cosa si deve fare? «E’ necessario un coinvolgimento più attivo di istituzioni, parti sociali, enti e organismi del settore per un rafforzamento concreto e reale degli interventi di prevenzione e controllo». Ma è vero che l’Italia ha il record europeo di queste morti? «Non è così. Assolutamente non siamo la maglia nera. Ogni paese adotta criteri differenti di classificazione, e non tutti hanno un sistema assicurativo specifico e archivi statistici completi e strutturati come l’Italia. Secondo Eurostat nel 2016 l’indice di incidenza infortunistica dell’Ue era pari a 1,23 contro lo 0,91 dell’Italia». E’ un dato di fatto però che in Italia si facciano pochi controlli. Come funziona? «Per quanto riguarda l’Inail i nostri ispettori non hanno poteri di accertamento in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro che invece sono attribuiti alle Asl e all’Ispettorato nazionale del lavoro. Noi controlliamo le irregolarità contributive e il non rispetto della legislazione sociale». Servirebbe incaricare di tutto un unico soggetto? «In tema di salute e sicurezza sul lavoro per avere un soggetto unico servirebbe una riforma legislativa. Sicuramente i risultati conseguiti attraverso l’attività ispettiva dimostrano la necessità urgente di reclutare nuovi ispettori nel quadro di un rafforzamento della funzione di coordinamento dell’Ispettorato nazionale del lavoro».
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