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Ogni giorno in pi¨ pesa

Redazione InPi¨ 06/05/2021

Altro parere Altro parere Lucia Bellaspiga, Avvenire
Luca Bellaspiga su Avvenire sottolinea come per un anziano un anno di vita perso abbia un peso superiore rispetto a un ventenne o un cinquantenne. Perdere un anno (e più) di vita quando necessariamente si sa che il tempo è poco, è inaccettabile. Ma non è stata colpa di nessuno: una pandemia richiede isolamento. Oggi, tuttavia, che abbiamo i vaccini e iniziamo a riorganizzare quella che chiamavamo "una vita sociale", l’urgenza massima va data agli anziani, i più colpiti prima per numero di vittime, oggi per una solitudine che richiede immediati rimedi. I vaccini mettono al riparo non tanto dal contagio ma certamente da un Covid grave, e per questo il governo ha sempre indicato come priorità la protezione dei più anziani: messi in sicurezza loro, avremmo visto svuotarsi le terapie intensive e calare i decessi. Oggi nelle regioni virtuose i numeri sono confortanti e raccontano di over 80 che non si ammalano più. È giustificabile allora protrarre ancora il disperato isolamento cui, per il loro bene, li abbiamo costretti, ora che a ucciderli rischia di essere la solitudine molto più che il virus? Anche senza una pandemia le ore in una Rsa non passano mai, ma almeno a tenere acceso il lumicino della speranza c’è sempre quell’attesa del "giorno di visita". Ieri Sandra Zampa, consulente del ministro della Salute, ha annunciato «un’ordinanza che riaprirà le Rsa ai familiari ed entrerà in vigore immediatamente». È da dicembre, ha sottolineato, «che il Ministero ha invitato a riprendere le visite in presenza nel rispetto dei protocolli, ma per i direttori sanitari delle strutture è più facile restare chiusi che prendersi la responsabilità di aprire». Peccato però che il vero rischio, semmai, si annidi all’interno delle Rsa, cioè in quella minoranza di operatori che hanno rifiutato il vaccino e in un paio di casi recenti hanno contagiato gli ospiti già vaccinati (per questo infettati ma non ammalati).
 
Vittorio Macioce, il Giornale
Sul Giornale, Vittorio Macioce si occupa di Enrico Letta e del suo approccio politico volto – a detta di Macioce – a ostracizzare l’avversario politico. Ma non si tratta semplicemente di una nuova tattica, è qualcosa di più. È una cultura. È come Letta immagina il ruolo del suo partito nella vita pubblica. È un atteggiamento, un sentimento, figlio della debolezza e dell’arroganza. L’ostracismo era una sanzione contro chi veniva considerato un pericolo per la città. Gli ateniesi scrivevano il nome su una tavoletta di terracotta, ostrakon. Non era un processo, ma una sorta di referendum contro l’individuo. Ora Enrico Letta ne incarna lo spirito e non la forma. Non si preoccupa neppure di avere la maggioranza. Si appella invece al «diritto» di una presunta minoranza illuminata di scegliere chi è degno di sedersi al governo. Letta lo sta chiedendo con forza a Mario Draghi. Cosa c’entra lui con il nostro governo? Il nome da scrivere è quello di Salvini. È lui il bersaglio che il Pd riconosce al momento come degno di ostracismo. Domani potrebbe essere un altro. La sua colpa è il metodo. Il «metodo Salvini» che viene considerato come un palese pericolo per la vita del governo. Cosa fa Salvini? Quale è il suo metodo? È, secondo Letta, fare opposizione pur restando in maggioranza. La realtà è che anche il Pd tende a fare la stessa cosa. Lo fa in modo un po’ più subdolo, non collaborando alle scelte di Palazzo Chigi e mostrando sempre una certa nostalgia per la stagione di Conte. Letta finge di non accorgersi che la sua battaglia per far indossare a Draghi la casacca del Pd sta destabilizzando questo governo. Non accetta che questa maggioranza anomala sia nata per superare una situazione di emergenza. Dovrebbe essere un governo di unità nazionale, o qualcosa di simile. L’ostracismo, il «metodo Letta», è il suo peggior nemico.
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