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Investire (ma bene e presto)

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 06/05/2021

Investire (ma bene e presto) Investire (ma bene e presto) Daniele Manca, Corriere della Sera
Investire, ma bene e presto: ecco cosa serve all’Italia, come afferma sul Corriere della Sera Daniele Manca. Nel decreto Sostegni bis che il governo si avvia ad approvare la prossima settimana, ci sono 38 miliardi da spendere per sostenere famiglie e imprese. Fanno parte di quei 40 miliardi di deficit aggiuntivo che hanno già ricevuto il via libera dal Parlamento. Oltre la metà dei 38 miliardi, tra i 20 e i 22, andrà al mondo produttivo, alle aziende e non solo. Un fiume di denaro. Ma perché esso produca effetti duraturi sull’economia deve trasformarsi in investimenti e consumi. Sta accadendo? Meno di quanto ci si sarebbe potuto attendere. Lo dimostra l’ancora elevatissima quota di liquidità che viene mantenuta sui conti correnti bancari. Mal contati si tratta di circa 1.900 miliardi. Tra soldi sui conti correnti e sussidi che il governo ha messo a disposizione, si dovrebbe assistere a un sussulto dell’economia. Tutti gli istituti di ricerca giudicano le prospettive del Paese buone. Ma è come se il rimbalzo fosse meno potente di quanto atteso: assomiglia poco a una robusta ripresa. Per superare il paradosso di un’offerta di sostegni a fondo perduto e di credito, di liquidità così elevata a fronte quindi di una domanda stagnante, è necessario un doppio binario. Il primo quello della fiducia nel futuro per spingere chi può a tornare a consumare e a investire.  L’altra a strada non può che essere l’attivare tutti quegli investimenti pubblici che diano anche l’evidente e concreto segnale al Paese che l’economia sta ripartendo. E per questo sarà decisivo il provvedimento sulle semplificazioni messo a punto dai ministri Brunetta e Giovannini, con il quale si dovrà riuscire a superare la cornice ideale perversa che in passato ci ha portati a occuparci di prevenire reati, logiche distorsive e via dicendo, invece che essere concentrati sul risultato, sulla velocizzazione delle procedure.
 
Linda Laura Sabbadini, la Repubblica
Su Repubblica, Linda Laura Sabbadini si occupa dell’accessibilità dei vaccini per tutti: un diritto fondamentale, sottolinea. Ma sono garantiti veramente a tutti? È una questione profonda di giustizia. L’articolo 32 della nostra Costituzione tutela la salute come diritto per ogni individuo, un diritto fondamentale. E sottolinea come la salute sia un bene comune, interesse della collettività. Il nostro servizio sanitario nazionale, varato nel 1978, si ispira al diritto costituzionale. Noi, Paese avanzato, democratico, garantiamo il vaccino per tutti. In questo caso contro il Sars-CoV-2, ma anche in altri casi. Ma è dappertutto così? Purtroppo no. Le diseguaglianze tra Paesi sono enormi. E anche all’interno di ciascun Paese. Abbiamo il “privilegio” della nostra democrazia che ci tutela. Ma proprio per questo, noi e gli altri Paesi democratici dovremmo fare qualcosa per chi questo diritto non lo ha. E non può accedere al vaccino. Così come lo dovrebbe fare chi ha le possibilità economiche, mettendo in campo le sue risorse per una causa giusta. Abbiamo potuto sperimentare come l’investimento in ricerca sia fondamentale. Ma esiste un problema nella produzione e distribuzione dei vaccini che crea una grande diseguaglianza tra Paesi e tra zone diverse all’interno degli stessi Paesi. La catena del freddo. Pensate alle popolazioni che vivono in Africa o in Asia in zone con l’elettricità a singhiozzo o addirittura senza. Come fanno a conservare i vaccini a temperature così alte? Sarebbe una vera rivoluzione se si investisse nella ricerca per produrre vaccini che possano essere spediti e conservati anche a temperature elevate. Investire su questo adesso salverà tante vite umane dalla morte. Sarà un atto di giustizia. Un servizio all’umanità intera. Possiamo farlo ora o aspettare la prossima pandemia.
 
Marco Revelli, La Stampa
Sulla Stampa, Marco Revelli riflette sugli ultimi casi di morti sul lavoro che hanno suscitato profonda commozione, e ricorda come nel 2021 si contino in media due decessi al giorno per incidenti sul posto di lavoro: 185 nel primo trimestre, oltre un dieci per cento in più dell’equivalente periodo dello scorso anno (+11,5%). Una strage prolungata, endemica. Fino a ieri, con gli occhi fissi sulla luttuosa statistica del Covid, li vedevamo poco, e ancor meno ne parlavamo. Ma quel triste bilancio continuava a dipanarsi, implacabile, spesso solo conosciuto dai famigliari delle vittime, senza un reale soprassalto pubblico di allarme – e d’indignazione - da parte di un Paese attanagliato dalla paura di un altro “castigo di dio”, dall’orrore di un’altra strage. Si sarebbe tentati d’immaginare che questo irrompere dei morti da lavoro sulle prime pagine di giornali e telegiornali sia dovuto al fatto che l’attività produttiva riprende, e con essa anche il corrispondente seguito d’incidenti, ma non è così. In realtà quella strage non si è mai fermata, solo che non la vedevamo. Politica, informazione, opinione pubblica, persino organi di vigilanza dello Stato, avevano altro a cui pensare. Ora, forse, coll’allentarsi, si spera, della morsa del virus, e nella speranza di un rallentamento del contagio grazie alla vaccinazione, quell’altro orrore riaffiora all’attenzione collettiva. “Ora basta, pretendiamo zero morti sul lavoro”, hanno proclamato i sindacati, scendendo in agitazione. Ed è il minimo per un paese civile. Ma come ottenerlo? Per ridurre la letalità del Covid puntiamo sul vaccino. Prima o poi se ne avrà ragione. Ma per sconfiggere la letalità, barbaramente alta, del lavoro non c’è vaccino. Occorrerà di più. Molto di più. A cominciare da un adeguato numero di ispettori del lavoro. E da una diffusa cultura della sicurezza che non ceda di fronte all’appello puro e semplice all’efficienza della prestazione.
 
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