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Un esame un po' classista

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 05/05/2021

In edicola In edicola Ernesto Galli Della Loggia
“Forte dell’ideologia del «capitale umano», prosegue inarrestabile la corsa della scuola italiana all’asservimento nei confronti del cosiddetto «mondo del lavoro»”. Sul Corriere della Sera Ernesto Galli Della Loggia critica aspramente le indicazioni del ministro dell’Istruzione Bianchi: “Dunque – aggiunge - rinunciare a ciò che una scuola degna di questo nome deve proporsi: avviare delle giovani menti alla conoscenza del mondo, nell’idea che ciò non solo gli servirà domani nelle loro più varie attività lavorative, ma soprattutto perché ciò feconderà lo sviluppo della loro personalità e del loro carattere non secondo un qualche piano predefinito ma secondo le misteriose vie della crescita umana e della vita. Ma un’idea del genere è troppo banale, suona vecchia, deve aver pensato il professor Patrizio Bianchi, neoministro dell’Istruzione. Che anche lui, come tutti i predecessori, arrivata la sua prima stagione primaverile da ministro è stato preso dalla fregola di lasciare il segno sulle sorti del Paese cambiando qualcosa dell’esame di Stato che conclude il ciclo scolastico. E così ha prescritto che a cominciare da questa sessione ogni candidato si presenti all’esame dotato di un «Curriculum dello Studente», destinato a essere preso in considerazione come elemento di valutazione insieme alle tradizionali prove d’esame e alla fine ad essere pubblicato in allegato al diploma. Ci sono almeno due aspetti particolarmente odiosi in questo ennesimo snaturamento del significato dell’istruzione pubblica che ormai da anni si viene compiendo ad opera di una burocrazia ministeriale composta di mezze calzette ipnotizzate da tutto ciò che appaia moderno. Il primo è il carattere classista di tale snaturamento. È evidente infatti che il «Curriculum dello Studente» in buona parte rispecchierà null’altro che la condizione economica della sua famiglia. Il secondo aspetto odioso sta nella pretesa — alla base del «Curriculum» nonché degli studi che teorizzano i character skills — che sia possibile formare e fornire la radiografia caratteriale di un essere umano stabilendone i contorni quando egli ha appena 18-19 anni, cioè quando egli è ancora tra la fine dell’adolescenza e l’inizio della giovinezza. C’è in una simile pretesa l’idea di un fissismo quasi genetico, di una predestinazione biologista, che è totalmente agli antipodi di una concezione liberamente umana della personalità come qualcosa sempre capace di evolvere, di ricredersi e di mutare”.
 
Alessandro Sallusti, il Giornale
La vera censura in Rai è quella sull’operato dei pm. Ne parla Alessandro Sallusti direttore del Giornale. “È proprio vero, tutto cambia perché nulla cambi. «Fuori i partiti dalla Rai», urlano un po’ tutti i partiti dopo il caso di Fedez al concertone del Primo maggio. Faccio questo mestiere da quarant’anni - o sserva - e da quarant’anni sento ripetere questo slogan, salvo poi vedere che qualsiasi partito vada al governo, la prima cosa che fa è mettere le mani sulla Rai. Tanto che se oggi, per un miracolo, la politica davvero dovesse ritirarsi, i corridoi della Rai sarebbero deserti e in onda potrebbe andare solo il monoscopio e, forse, le previsioni del tempo (ma sicuramente anche quelle sono state lottizzate). Fedez non è un perseguitato, ma solo un furbacchione (per di più voltagabbana sui diritti delle minoranze e delle donne) solo in cerca di continua pubblicità. Il problema della Rai non sono le sue intemerate contro la Lega, ma il fatto che se dipendesse dal Tg1, primo organo di informazione del servizio pubblico, gli italiani non saprebbero che la magistratura italiana è alle prese con il più grave scandalo della sua storia. In Rai non censurano Fedez - che infatti ha potuto tranquillamente dire il suo pensiero partigiano -, ma censurano (salve rare eccezioni, ovviamente guardate con sospetto) le notizie essenziali per la democrazia. Per non parlare dei programmi spacciati per grande giornalismo di inchiesta, che altro non è che giornalismo a tesi. E guarda caso le tesi sono sempre contro i soliti noti (Berlusconi, Salvini, Renzi), mentre i potenti del momento – cioè i padroni – vengono protetti da una cortina di silenzio. Altro che Fedez, io mi indigno per il silenzio sul caso di Piercamillo Davigo, giudice integerrimo beccato a fare cose che, se fatte da altri, lui li avrebbe ammanettati sul posto. A quando una ricostruzione degli affari di Giuseppe Conte (basterebbe copiare l’inchiesta del collega Fittipaldi su Domani)? Per saperne di più sulle disavventure del figlio di Grillo bisogna andare oltre il tasto tre del telecomando, per non parlare del diverso trattamento riservato alle disgrazie delle Regioni in materia di lotta al Covid in base all’appartenenza politica dei governatori. Più che «fuori la politica dalla Rai» bisognerebbe dire «fuori la Rai dalla politica»”.
 
Raffaele Marmo, il Giorno
“Quello che sappiamo è che per gestire una comunità non esiste un tasto acceso o spento o forse sì ma in società molto diverse dalla nostra”. Sul Giorno Raffaele Marmo cita le parole sono del sindaco di Milano, Beppe Sala sulle manifestazioni in piazza Duomo per lo scudetto dell’Inter e le scontate polemiche del dopo. Parole che, sottolinea l’editorialista, “ci parlano e ci interrogano su che cosa siamo e che cosa vogliamo essere in questo tormentato e tragico tornante della storia umana. La nostra risposta è che non possiamo e non dobbiamo avere «nostalgia dell’ordine assoluto del lockdown», ma possiamo e dobbiamo tentare, con il coraggio della ragione e il supporto della scienza, di convivere con il virus fino a quando non sarà debellato. Il presupposto della convivenza è, verosimilmente, proprio nella consapevolezza che non esiste un tasto acceso o spento e che, come osserva ancora Sala, «la nostra è una società libera, una comunità complessa che va gestita con strumenti complessi». Dunque, nella possibile uscita dalla pandemia, dopo un anno e oltre di limitazioni e blocchi, chiusure e trincee, occorre accettare quello che lo stesso Mario Draghi ha definito «rischio ragionato». Non può rientrare in questo nuovo contesto di progressiva liberalizzazione, sostenuta in modo determinante dal procedere spedito della campagna di liberalizzazione, il mantenimento, per esempio, di una misura generalizzata come è il coprifuoco alle 22. Così come non ha più senso impedire pranzi e cene dentro i ristoranti in presenza di adeguate condizioni di sicurezza. E lo stesso vale, più in generale, come criterio-guida per una fase che dobbiamo immaginare via via più aperta e libera. Ed è compito della politica democratica assumere su di sé la funzione e la missione di gestire strategicamente l’arbitraggio delicato tra la tenuta sociale, economica e psicologica del Paese e la tutela della salute dei cittadini nei molteplici passaggi. Perché, come spiegava Aldo Moro nel suo ultimo discorso, «se fosse possibile dire saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a domani, credo che tutti accetteremmo di farlo. Ma non è possibile. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di vivere il tempo che ci è dato vivere con tutte le sue difficoltà»”.
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