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Altro parere

Il sistema nocivo della giustizia

Redazione InPi¨ 04/05/2021

Altro parere Altro parere Luciano Capone, Il Foglio
Il sistema nocivo della Giustizia. Luciano Capone sul Foglio parla in questi termini a proposito dell’”ennesimo scandalo nella magistratura e nel suo organo di autogoverno” che, scrive, “ci mostra un quadro spaventoso del funzionamento della giustizia in Italia: indagini non avviate, scontri nelle procure, presunte logge e veri “corvi” nel Csm, verbali secretati passati di mano fino ad arrivare nella buca delle lettere dei giornali, gestione personalistica di atti al di fuori di qualsiasi procedura trasparente. E’ tremendamente ipocrita per chiunque ricorrere alla formula “ho fiducia nella giustizia” se i primi a diffidare gli uni degli altri, fino a precipitare in una guerra di dossier, sono gli stessi sacerdoti del sancta sanctorum della giustizia. Ma più in generale, rispetto a questa vicenda gestita con metodi informali, ci sono due possibili esiti. Uno è quello prospettato dal Pg di Cassazione Salvi, secondo cui “né io né il mio ufficio abbiamo mai avuto conoscenza della disponibilità da parte del cons. Davigo o di altri di copie di verbali di interrogatorio resi da Piero Amara alla Procura di Milano. Si tratta di per sé di una grave violazione dei doveri del magistrato, ancor più grave se la diffusione anonima dei verbali fosse da ascriversi alla medesima provenienza”. L’altro è la versione di Davigo, secondo cui non c’è stato nulla di irrituale: “Storari per tutelarsi ha informato una persona che conosceva e io ho ritenuto di informare chi di dovere”. E rispetto a questi due scenari contrapposti, a preoccupare di più non deve essere se ha ragione Salvi, se cioè ci sono state gravi violazioni delle norme, ma se davvero tutto questo fosse consentito dalle regole come sostiene Davigo. Se cioè è normale che un consigliere e capocorrente del Csm possa ricevere informalmente da pm amici documenti coperti da segreto, e che possa gestire queste informazioni riservate senza atti e passaggi formali secondo una concezione quasi privatistica della giustizia che si consuma, come atto finale, con l’invio di plichi ai giornali. Se tutto questo fosse ritenuto normale sarebbe la certificazione che non ci troviamo di fronte a una patologia del sistema ma, peggio, di fronte alla fisiologia di un sistema nocivo”.
 
Pierfrancesco De Robertis, il Giorno
La sinistra e la banalità del bene. Pierfrancesco De Robertis sul Giorno ricorre a una semi citazione per descrivere l’attuale scenario politico: “Che il dibattito pubblico verta su temi come i diritti civili fa comodo a tutti, destra e sinistra. Permettendo a ciascuno di ripercorrere sentieri identitari e marcare le differenze che altrimenti in tempi di governissimo finirebbero per annebbiare quei confini di cui l’elettorato in qualche modo sente il richiamo. Letta - scrive De Robertis - non può permettersi di schiacciarsi troppo su Salvini, e Salvini su Letta. Niente di meglio che una bella disputa sul gender, sulle libertà di opinioni, sulla famiglia tradizionale. Un campo di battaglia che per il Pd potrebbe rivelarsi però estremamente pericoloso. I diritti civili sono un tema che a differenza di altri tiene unito il partito e per il quale batte il cuore di buona parte del proprio popolo, rappresentano l’incarnazione repubblicana di quell’ideologia del politicamente corretto ultima ridotta della sinistra mondiale. Ma sono solo una parte del patrimonio culturale della sinistra, pena ridurre il Pd a una sorta di «Partito radicale di massa». Il questionario che Letta ha fatto arrivare ai circoli ha infatti evidenziato come la parola più usata dai militanti è stata «lavoro», seguita da «Europa» e «giovani», che in qualche modo evidenziano la stessa preoccupazione, il futuro. Molto distaccate «sociale», «donne/genere». Il grande popolo della sinistra, quella che una volta si sarebbe chiamata «la base», esprime cioè bisogni primari che hanno solo in parte a che fare con le battaglie della comunità Lgtb per affermare la propria visione del mondo e dei rapporti personali. È abbastanza comprensibile che all’inizio del suo mandato Letta sia partito da quello che c’era, ossia una riaffermazione identitaria che passasse per temi un po’ dimenticati come lo ius soli, ma se non si vuole scadere nello scontato, nel conformismo culturale dal sapore un po’ elitario, serve adesso fare il salto di qualità e aggredire temi più scomodi: il lavoro, appunto, e non solo quello dei garantiti, la crescita che passa per forme di flessibilità finora sconosciute, e in fondo in fondo un nuovo modello di sviluppo che coniughi sempre di più i diritti con le opportunità. Altrimenti sarà solo banalità del bene”.
 
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