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Politica e show

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 03/05/2021

In edicola In edicola Antonio Polito, Corriere della Sera
“Fedez può diventare il nuovo Grillo? E perché no? Siamo il Paese-guida della democrazia dell’intrattenimento, quello che per primo ha appaltato la politica allo spettacolo”. Lo scrive Antonio Polito sul Corriere della sera a proposito di politica, show e indignazione selettiva: “Un quarto di secolo fa – sottolinea - un partito fu fondato da un impresario della televisione, e vinse le elezioni. Tredici anni fa un partito nacque dagli show di un comico, e vinse le elezioni. Se è già successo, può succedere di nuovo. Qualcuno ha fatto notare che Fedez vanta su Instagram un numero di follower superiore al numero dei voti presi dal centrodestra alle ultime elezioni. Per non dire della moglie. La moneta che usa Fedez è la stessa che usava Grillo: l’indignazione. Ce n’è sempre a disposizione in abbondanza nelle nostre società, un gran numero di persone che pensano di vivere nel peggiore dei mondi possibili e che sanno perfettamente di chi è la colpa: dei loro avversari politici. Solo che un tempo questa indignazione veniva portata in quelle che Peter Sloterdijk ha chiamato «le banche dell’ira»: una ideologia o un partito che promettesse di investirla in cambiamento, in rivoluzione, in palingenesi: «Dai a noi la tua rabbia, e noi la useremo per costruire una nuova società, più giusta e migliore». Ma ora queste banche sono chiuse, o fallite, o hanno cambiato ragione sociale. Resta così solo l’indignazione, che è diventata il pane della politica. Si può naturalmente essere d’accordo con ciò che Fedez ha detto dell’omofobia e dei suoi propagandisti. E si deve certamente essere d’accordo sulla sua libertà di dirlo da un palco sul quale è stato invitato. Lo si sarebbe con ancora maggiore entusiasmo se i difensori del diritto di parola di Fedez avessero usato la stessa energia nel difendere le canzoni di Povia, o la comicità di Pio e Amedeo. Ma l’indignazione ha questo di speciale: è selettiva. Non ci si indigna mai contro quelli che la pensano come te. Ed è perciò che, alla lunga, in assenza di banche che la investano, la moneta dell’indignazione si inflaziona. La si spende in quantità sempre maggiori, ma ci si comprano sempre meno cambiamenti reali”.
 
Luigi Mascheroni, il Giornale
“I cortocircuiti tra politica e spettacolo generano sempre casi interessanti da cui trarre utili riflessioni. Oltre a dimostrare quanto i due campi finiscano col sovrapporsi, tra ministri che rasentano il comico e rapper assurti a maître à penser”. Luigi Mascheroni sul Giornale svela l’ipocrisia che spesso ammanta il dibattito sulla cosiddetta liberà di parola. “Resta il fatto – scrive - che quanto successo nel weekend impone alla discussione pubblica un tema cruciale, forse più della pandemia, del lavoro, della crisi economica. Ed è quello della libertà di parola, nodo che tutto lega, a cominciare dall’idea di democrazia. E cioè: ci sono parole che non possiamo usare? Quali sono i limiti alla libertà di espressione? Chiunque può dire tutto, sempre, ovunque? i comici Pio e Amedeo possono – in nome del diritto di satira - dire negro, frocio o ebreo, o invece devono scusarsi, come chiedono (ma non è una forma di censura?) le comunità di colore, gay e ebraiche? Fedez quando utilizza una scena pubblica per criticare un partito politico e sposare una proposta di legge, esercita un sacrosanto diritto di parola o fa propaganda politica? E soprattutto: esaltare in nome del progresso e della libertà un Ddl che secondo molti osservatori rischia di limitare la libertà di parola, non è una contraddizione? In base a quale principio democratico chi esprime un’idea (e una visione della società) diversa da quella del deputato Pd e attivista LGBT Alessandro Zan è automaticamente omofobo, mentre chi mette alla gogna da un palco gli oppositori di quello stesso progetto è un campione della libertà? È vero: non facciamo l’errore di distinguere tra artisti di serie A (di sinistra?), che possono dire ciò che vogliono quando vogliono, e di serie B (di destra?), zittiti come razzisti e omotransfobici. Ma soprattutto non scivoliamo nell’orrore di imporre – forti del numero di follower e di un’egemonia cultural-mediatica – una libertà a morali alterne. Fedez, a 30 anni, si è già dovuto rimangiare versi («omofobi!») scritti quando ne aveva 18. Immaginiamoci, se non stiamo attenti a garantire tutte le libertà, i mea culpa che dovrà fare a 60.
 
Gabriele Canè, il Giorno
“Il dubbio è legittimo: siamo caduti in basso, o ci eravamo già?”. Gabriele Canè, sul Giorno pone una domanda e prova a dare delle possibili risposte: “Probabilmente – osserva - sono veri tutti e due i quesiti. L’Italia di oggi offre il vino che ha, modesto, e il caso Fedez, che da due giorni appassiona il mondo politico e quello dei social, è un ulteriore gradino che il Paese scende nella scala della qualità. Perché la vicenda che ha oscurato pandemia, vaccinazioni, Recovery, è un nulla in cui si mescolano modestia e ipocrisia. Fedez (e lo sa bene anche lui) non è Sartre e neppure Dario Fo. Bravo. Ma non abbastanza da scuotere le coscienze, salvo quelle liquide, e strumentali, della politica. Risultato: il suo j’accuse innesca una messa in scena da avanspettacolo più che da concertone. In cui l’artista, fornito di apposita video registrazione, denuncia la censura della TV pubblica sul suo intervento in tema (o meglio fuori tema) di omofobia, con incorporato attacco alla Lega, nemica della relativa, discutibile, legge in discussione. Peccato che la contro registrazione della dirigente Rai testimoni che di censura non si è neppure parlato. Anzi. Ma forse Letta e Di Maio non l’hanno neppure sentita nella fretta di gridare allo scandalo, chiedendo scuse e dimissioni: che sarebbe il censore che censura sé stesso, visto che sono proprio i partiti gli editori della Rai, che sono loro a occupare pro quota ogni posto, strapuntino, scrivania. Che nel caso in questione, ironia della sorte, il tutto accade proprio nella rete, la Terza, che della sinistra è feudo incontrastato. Tanto che uno dice: prescindiamo dalla omofobia, che è comunque già ben punita nel nostro ordinamento; prescindiamo da questa usanza da Kgb di registrare qualunque conversazione e poi renderla pubblica, ove faccia comodo; prescindiamo da tutto quello che vi pare, ma bisogna proprio essere vicini al fondo per dare vita a uno scontro così titanico, per credere alle segreterie che puntano il dito contro un organismo, la Rai, che è esclusivamente cosa loro?”.
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