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Altro parere

Chi soffia sul fuoco e chi ignora il fuoco

Redazione InPi¨ 13/04/2021

Altro parere Altro parere Vittorio Macioce, il Giornale
Vittorio Macioce sul Giornale prova ad individuare chi soffia sul fuoco e chi ignora il fuoco della crisi: “Adesso, davvero, il tempo brucia. Non c’è sorpresa – scrive - davanti alla piazza che grida «Io apro». Non può esserci. Si arriva a un punto in cui in tanti non ce la fanno più. Le parole perdono peso e non bastano. La ragione, la pazienza e il buon senso affogano nella paura e poi arrivano il rancore e la rabbia. Le promesse scadono troppo in fretta. È come un incendio. Parte la scintilla e il fuoco divampa e da lì in poi tutto può accadere. Non è mai facile governare queste cose, perché ogni scelta diventa insidiosa, drammatica e ti ritrovi a pregare sulla direzione del vento. I ristoratori si sono mossi per primi. Non è una protesta ideologica. È umana. Molti di loro, dopo un anno, non hanno più riserve. Non hanno risparmi. Non sanno se si dovranno rassegnare al fallimento. Temono di perdere tutto e, soprattutto, non riescono a immaginare un futuro. Tutto questo fa paura e la paura è un combustibile spietato. Cosa chiedono? Certezze. Draghi sconta il passato e la politica dei «temporeggiatori». Tocca a lui però adesso indicare passo per passo come trovare una via d’uscita. Il tempo ha sempre giocato contro, ora di più. Serve acqua e l’acqua non è una promessa. Dicono: c’è chi soffia sul fuoco. Vero. Ci sono estremisti infiltrati, c’è Casa Pound che alimenta la protesta. Neppure questa però è una sorpresa. C’è sempre chi scommette sul caos. Il guaio è che l’incendio non lo spegni con l’indignazione. Casa Pound c’è ed è un problema. Non può però essere un alibi, perché così si fa il loro gioco. La parola chiave è consapevolezza. Non facciamo finta che tutto finirà con il tempo. È il contrario. Non ci sono solo i ristoratori con la paura nel ventre. La paura si respira ovunque e in ogni casa c’è almeno una persona che, per qualsiasi motivo, sta sbattendo la testa contro il muro. Dopo i ristoratori arriveranno altri. È un contagio anche questo. Siamo al limite e non serve neppure stare qui a passarsi le colpe. È quello che per dodici mesi hanno fatto i partiti. Il timore è che si stia pensando al domani fissando il punto sbagliato: il voto. Questa è l’ultima occasione per cambiare lo sguardo. Se va male, le elezioni avranno un risultato scontato: perderemo tutti”.
Isaia Sales, la Repubblica
Su Repubblica Isaia Sales prende di mira quello che definisce “il Medioevo infinito in Italia”. “Può – si chiede - il governatore di una Regione italiana, come De Luca, decidere autonomamente di vaccinare chi vuole, dando priorità ad alcuni territori rispetto ad altri, superando il vincolo dell’età e delle fragilità e preferendogli quello della sopravvivenza economica? Può decidere di acquistare un vaccino da uno stato straniero (sempre De Luca)? O stabilire (Emiliano) che siano i genitori a scegliere se mandare i figli a scuola o tenerli a casa in Dad? E può minacciare (è accaduto a più di uno) di chiudere i propri confini? Niente di tutto ciò può fare una Regione, come hanno giustamente intimato il commissario straordinario Figliuolo e la ministra Gelmini. Eppure, quella che, a rigore, si dovrebbe definire una ‘eversione costituzionale’ non accenna a spegnersi. Anzi, facendo impallidire le peggiori posizioni della Lega di un tempo, la pandemia è diventata la cartina di tornasole del fallimento del regionalismo italiano. Il populismo territoriale ha trovato nell’istituto regionale il suo riferimento per eccellenza. Il regionalismo si è confuso quasi completamente con il particolarismo, al di là di ogni fede politica. Abbiamo già pagato un prezzo molto alto alla discrezionalità delle scelte regionali. Ma questa ossessione per il ‘particulare’, per la priorità dei territori dove si è eletti o si comanda (può essere l’isola di Capri o una riviera romagnola, poco importa) è più affine alla tradizione delle ‘Signorie territoriali’ che al federalismo di stampo europeo e nord-americano. Somiglia più alle satrapie che alla tradizione delle autonomie locali. La cosa singolare è che l’Italia non è uno Stato federale come la Svizzera o il Belgio, la Germania o gli Stati Uniti d’America, il Canada o l’India, ma durante tutta la gestione della pandemia ci si è comportati come se lo fosse. Nel nostro Paese vige solo un regionalismo ‘rafforzato’, con alcuni poteri delegati che non configurano però ‘Stati autonomi’. Paghiamo ancora oggi alcuni dei tratti distintivi della concezione dello Stato che si traduce in una incapacità delle élite di costruire uno spirito di comunità e di nazione al di fuori di una dimensione personale e locale. La seconda spiegazione ha a che fare con la sinistra italiana che ha abdicato anch’essa ai grandi temi di identità nazionale per virare verso una frammentazione localistica”.
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