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Un'uscita faticosa

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 12/04/2021

In edicola In edicola Beppe Severgnini, Corriere della Sera
“Oggi un nuovo assaggio di libertà, in buona parte d’Italia. Tutte le Regioni — tranne Campania, Puglia, Sardegna e Valle d’Aosta — passano dalla zona rossa alla zona arancione”. Lo scrive Beppe Severgnini sul Corriere della Sera per quella che definisce “un’uscita faticosa”: “La variazione permette di uscire liberamente di casa, all’interno del comune. Negozi, parrucchieri e centri estetici sono aperti. I ragazzi fino alla terza media possono rientrare a scuola; anche metà degli studenti delle superiori tornano in aula. Rientrano gli universitari. Restano le restrizioni per bar e ristoranti: solo asporto. Rimane il coprifuoco dalle 22 alle 5 del mattino. Resta anche una consapevolezza: l’entrata nella fase acuta della pandemia — è accaduto tre volte in un anno — è sempre rapida e drammatica. L’uscita — ogni volta — si rivela lenta, complicata e faticosa. La fatica non consiste solo nel rispettare le regole. È faticoso anche guardarsi intorno e capire che alcuni non l’hanno fatto, non lo fanno e non lo faranno. A tutti viene chiesto un ultimo sforzo. Senza impegno individuale, l’uscita sarà più lunga e complicata. Il presidente del Consiglio ha ragione: troppi italiani sono diventati «saltafila». Ma si è trattato, quasi sempre, di un salto di gruppo. In regioni diverse, diverse categorie hanno ottenuto la priorità. La determinazione con cui il premier si è appellato alla responsabilità dei singoli, giovedì nel corso della conferenza stampa, è condivisibile. Ma avrebbe potuto ricordare la superficialità (il cinismo?) di molte Regioni, che hanno utilizzato una scappatoia nel decreto — la categoria «altro» — per vaccinare2milioni e 300 mila persone che non erano né anziane né fragili, né sanitari né forze dell’ordine. Un quinto del totale. Non si poteva scrivere meglio, quella norma? Un’espressione tristemente popolare recita: «Tutti colpevoli, nessun colpevole!». Non è questo il caso. Tutti colpevoli, almeno un po’; nessuno interamente innocente. Se ne siamo convinti, da qui si può ripartire. Governo, Regioni e categorie, ormai, dovrebbero avere imparato dai propri errori. Così noi cittadini. Se d’ora in poi ognuna farà la propria parte, e i vaccini arriveranno come promesso, potremo tornare liberi. Finalmente”.
 
Ezio Mauro, la Repubblica
La difesa del lavoro deve essere prioritaria nella visione del paese durante e dopo la Pandemia. Lo scrive Ezio Mauro su Repubblica. “Stiamo smarrendo un’interpretazione condivisa della crisi in cui siamo immersi. Dopo un anno il logoramento umano, economico e sociale operato dalla pandemia non innesca una capacità di ricomposizione unitaria del fenomeno, ma lascia via libera alle letture parziali, alle valutazioni contrapposte, alle strumentalizzazioni interessate. Nemmeno una sfida tra la vita e la morte – sottolinea -riesce a sciogliere il Paese dai lacci antichi delle gilde e delle congregazioni. Proprio la natura di questa emergenza dovrebbe invece spingerci nella direzione contraria, ragionando su quegli effetti della pandemia che riescono ad attraversare la società tutta intera, aggredendola trasversalmente, senza distinzioni. E la crisi del lavoro è il primo di questi effetti, capace con la sua violenza di far saltare per aria le griglie corporative e le organizzazioni di interessi particolari. Le cifre raccolte dall’Istat pochi giorni fa rivelano le dimensioni del fenomeno, che ognuno di noi sperimenta nella quotidianità, ma che dopo un anno rappresentano oggi un primo saldo della pandemia. Nemmeno una sfida tra la vita e la morte riesce a sciogliere il Paese dai lacci antichi delle gilde e delle congregazioni. Proprio la natura di questa emergenza dovrebbe invece spingerci nella direzione contraria, ragionando su quegli effetti della pandemia che riescono ad attraversare la società tutta intera, aggredendola trasversalmente, senza distinzioni. E la crisi del lavoro è il primo di questi effetti, capace con la sua violenza di far saltare per aria le griglie corporative e le organizzazioni di interessi particolari. Le cifre raccolte dall’Istat pochi giorni fa rivelano le dimensioni del fenomeno, che ognuno di noi sperimenta nella quotidianità, ma che dopo un anno rappresentano oggi un primo saldo della pandemia. Nel lavoro si può formare, dopo la fine delle ideologie, la nuova e moderna classe di riferimento per una ripresa del Paese. Ecco perché il lavoro va tutelato come la salute: dobbiamo uscirne vivi, ma sapendo che senza libertà materiale non c’è una vera libertà politica”.
 
Gian Enrico Rusconi, La Stampa
“Ci si è chiesto perché Mario Draghi abbia chiamato ‘dittatore’ Erdogan con un ‘strappo lessicale e istituzionale’ che è inconsueto nel galateo della diplomazia. O perlomeno così è stato sino ad oggi”. Così Gian Enrico Rusconi sulla Stampa a proposito del ruolo internazionale del premier italiano: “Massimo Giannini – scrive l’editorialista - ha offerto due chiavi di lettura che meritano un‘ulteriore riflessione. La prima riguarda il premier turco Erdogan, che è un pessimo autocrate, maschilista e nazionalista, ma non può essere definito formalmente un ‘dittatore’, essendo stato eletto dai cittadini, che nel contempo hanno assegnato all’opposizione le tre più importanti città turche. Quella turca potrebbe quindi essere collocata tra quelle che chiamiamo ‘democrature’. La seconda chiave di lettura della affermazione di Draghi è geo-strategica. Più esattamente, la sua reazione risponde al venir meno della leadership europea, con il netto declino dell’asse franco-tedesco che la ha a lungo caratterizzata. Tale venir meno è segnato dall’imminente uscita dalla politica attiva della cancelliera Merkel e dalle difficoltà crescenti di consenso interno per Macron. Dietro e oltre questi leader storici non si vede una classe politica europea capace di prendere il loro posto e quindi di imporsi. Davanti a questa nuova crisi l’Europa sembra ora politicamente impotente. E’ in questo contesto che Mario Draghi sembra intenzionato a ridare voce all’Unione europea, grazie ad un nuovo ruolo attivo dell’Italia. Su quali risorse può contare Draghi per realizzare questo progetto? E’ assolutamente indispensabile che il premier italiano possa contare sul pieno consenso esplicito e percepibile dei democratici italiani. Ma per ottenerlo, non basta che critichi i reggenti delle autocrazie. Deve anche spiegare i termini dei compromessi che ritiene necessari con queste, e viceversa ciò che ritiene non negoziabile. Cosa che non ha fatto, ad esempio, durante e dopo la sua visita in Libia, dove si è congratulato per gli aiuti nei salvataggi in mare, ignorando che cosa avviene dopo ai malcapitati che ne sono oggetto. O per la questione delle armi vendute non solo a “democrature”, ma anche a regimi esplicitamene dittatoriali”.
 
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