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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 09/04/2021

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Gelmini: a maggio riapriranno le attività economiche
«Dobbiamo riaprire, ma in sicurezza». E' il compromesso con cui Mariastella Gelmini, ministra degli Affari regionali, vuole tenere assieme le pressioni di chi chiede di alzare le saracinesche, con il rigore di chi guarda ai numeri dei contagiati e dei morti. Monica Guerzoni l’ha intervistata per il Corriere della Sera. Salvini vuole riaprire sei regioni ad aprile. E' un azzardo o si può fare? «Auspichiamo che si possa fare già da questo mese, se i contagi scenderanno e la copertura vaccinale degli anziani e fragili salirà. Io sono fiduciosa che queste siano le ultime settimane di restrizioni e sofferenza». Lei ha parlato del 20 aprile. Cosa può ripartire in sicurezza, con 17.221 nuovi casi e 487 morti? «Credo che qualche segnale di apertura lo si possa dare già da aprile in tutta Italia. Parrucchieri ed estetisti penso sia meglio che lavorino in negozio, piuttosto che nelle case private. Non dobbiamo abbandonare la linea della prudenza, ma grazie ai vaccini possiamo abbracciare quella della speranza». Draghi evoca il futuro ma non indica date. Quando potrete offrire qualche certezza ai cittadini? «I singoli ministeri sono già al lavoro sui protocolli per riaprire, ma l’agenda la detta il virus. Ad aprile abbiamo dato un segnale con la riapertura della scuola e con i concorsi, speriamo di poterne dare altri. E maggio sarà il mese delle attività economiche». Non le risulta che in tante regioni, dalla Lombardia alla Puglia, migliaia di persone rinunciano a vaccinarsi con AstraZeneca? «Del tormentone di AstraZeneca avremmo fatto volentieri a meno, ma è evidente che non dipende da noi. Siamo certi che, grazie all’ormai collaudato rapporto tra il commissario Figliuolo, le regioni e il governo, saremo in grado di riprogrammare in pochissimo tempo la campagna vaccinale senza interruzioni né ritardi».
 
Carfagna: nelle piazze c'è tanta angoscia
«Ovunque si addensa la protesta c’è una frangia di professionisti del caos, ma tante persone sono in difficoltà, non possiamo liquidare le angosce con sufficienza». Lo afferma la ministra per il Sud e la coesione territoriale Mara Carfagna, intervistata su Repubblica da Carmelo Lopapa. Il governo appare stretto in una morsa. Da una parte la protesta sociale di chi è stato messo in ginocchio dalla crisi e dall’altra una campagna vaccinale che non decolla. Come pensate di uscirne? «So che le persone hanno difficoltà a percepire elementi di speranza, da troppo tempo siamo rinchiusi, molti non ce la fanno più. E tuttavia aprile potrebbe essere il mese decisivo che aspettiamo da tanto tempo. Si incroceranno tre elementi favorevoli: l’esito del lungo lockdown, che dovrebbe abbassare la curva, un consistente arrivo di vaccini, l’aumento delle capacità vaccinali in tutte le Regioni. L’indice dei contagi e l’Rt sono già ora in calo quasi ovunque, la prospettiva di uscirne è assai più concreta di quanto non fosse due mesi fa». Che impressione le hanno fatto gli incidenti di piazza davanti Montecitorio? «Hanno confermato una riflessione che sto facendo già da qualche tempo. Spesso nel Palazzo si guarda alla crisi come ‘dato statistico’, una serie di numeri negli indici del Pil, dei disoccupati, delle aziende in difficoltà. E’ necessario cambiare sguardo. Quei numeri indicano persone in carne e ossa, i loro progetti spezzati, le loro quotidiane difficoltà: non possiamo liquidare le loro angosce con sufficienza». C’è solo la rabbia di chi teme di perdere tutto o temete una regia dietro i disordini che rischiano di ripetersi? «Come sempre, ovunque si addensa la protesta c’è una frangia di professionisti del caos che ne approfitta. E’ successo in qualsiasi piazza, da chiunque convocata. Dobbiamo ringraziare la professionalità delle forze dell’ordine se si sono evitati incidenti più gravi».
 
Garcia Perez: Michel venga in parlamento e si scusi
«Charles Michel venga in parlamento e chieda scusa» per il Sofagate. La capogruppo dei socialisti e democratici europei Iratxe Garcìa Pérez, intervistata sulla Stampa da Francesco Olivo, è molto dura con il presidente del Consiglio Ue per la scena di Ankara. Cosa l’ha colpita? «Che non ci sia stata una reazione immediata da parte degli uomini lì presenti. Le immagini parlano chiaro: da una parte l'imbarazzo della presidente della Commissione, dall'altra la passività di quelli che si sono seduti nelle poltrone senza problemi». Parliamo di Michel. «Ha dato un brutto segnale, sono convinta che il presidente del Consiglio avrebbe dovuto fare cose diverse». Dove ha sbagliato? «Ha tardato molto nel reagire. Le immagini sono circolate per due giorni e solo quando sono arrivate le critiche ha risposto». Non è stato solo un problema di protocollo? «Non mi convince. Se pure ci fosse stato un errore nel protocollo, si sarebbe potuto rispondere in maniera diversa». Come? «Se ci sono tre leader che si devono incontrare e ci sono due sedie, io non mi siedo. Aspetto che ne mettano un’altra». Crede che quello di Michel sia anche un problema di educazione? «E’ un problema di educazione, di buon senso e di poca sensibilità verso il tema della discriminazione. Non sarebbe successo se a incontrarsi fossero stati tre uomini. Le foto di Tusk e Junker seduti con Erdogan nel 2015 lo dimostrano». C'è un problema politico? «Sì. Michel come minimo deve venire in parlamento e spiegare cosa è successo». Si deve dimettere? «Fino al momento in cui non verrà in parlamento preferisco non avventurarmi. Voglio ascoltare cosa ha da dirci prima di prendere delle decisioni con il mio gruppo». C’è un problema all’interno delle istituzioni europee? «Ci sono molte interpretazioni dei fatti, anche solo ipotizzare un conflitto tra istituzioni mina la credibilità del progetto europeo. Parliamone».
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