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Due schiaffi al sultano

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 09/04/2021

Due schiaffi al sultano Due schiaffi al sultano Alberto Simoni, La Stampa
Sulla Stampa Alberto Simoni plaude alla frase «Erdogan è un dittatore» con la quale “Mario Draghi ha schiaffeggiato il satrapo di Ankara e assestato un buffetto a un’Europa sempre timida, equilibrista ai limiti del suicidio politico e con una deferenza assoluta nei confronti dell’uomo che fa il Sultano ma che non vuole lo si chiami così in pubblico. Non serviva il Sofagate a smascherare l’ex sindaco di Istanbul. Ma certo vedere Von der Leyen trattata come il terzo incomodo ha agevolato l’uscita di Draghi. Erdogan - spiega Simoni - si prende gioco della Grecia e rifiuta di riprendersi i migranti che non hanno diritto di asilo in Europa; di nascosto fa fare alla sua guardia costiera il ruolo di taxi per centinaia di disperati nel Mar Egeo. Li scorta sulla sponda europea in barba all’accordo del 2016 e potendo contare ancora sui 9 miliardi di euro per l’assistenza ai siriani che arrivano in Turchia. Viola i diritti basilari delle donne, spegne a suo piacimento siti Internet, social e giornali. E massacra il popolo curdo barricandosi dietro la sempreverde scusa della lotta al terrorismo. L’Europa nicchia. Draghi, invece, affonda il colpo. «Dialoghiamo» dice, ma dobbiamo sapere con chi stiamo trattando. Sa, il premier, che nessuno può lasciare Erdogan a briglie sciolte. La strada della radicalizzazione del suo Paese e le derive neottomane avrebbero perniciose conseguenze per il Vecchio Continente. La Ue arranca quando si tratta di muoversi come una potenza geostrategica. Ebbene questo è il momento di proiettare all’esterno la propria forza, di far valere valori e Pil, intelligenza e creatività che a noi figli dell’Illuminismo non mancano di certo. Draghi ha indicato la via con chiarezza, dicendo che Erdogan è un dittatore con cui bisogna dialogare. La Ue la segua. Sia forte. Sennò mandi avanti Draghi. Ci sembra già abituato”.
 
Walter Veltroni, Corriere della Sera
Il Corriere della Sera, con un editoriale di Walter Veltroni, torna a sostenere l’assoluta necessità di fissare una data per le riaperture. “Boris Johnson – scrive Veltroni - ha annunciato che il 12 aprile riapriranno bar e ristoranti in Gran Bretagna. Joe Biden ha detto solennemente agli americani che il 4 luglio, giorno dell’indipendenza, gli Stati Uniti avranno riconquistato la normalità. Non è un caso che due Paesi anglosassoni abbiano indicato delle date precise. In questo modo di intendere il rapporto tra società e Stato c’è il retaggio di una cultura antica, di un’etica pubblica nella quale le promesse vengono verificate dai fatti. Di fronte ad una pandemia ci vogliano scelte nette. Solo queste danno sicurezza a chi ne subisce gli effetti più devastanti. A chi ne paga il prezzo sulla propria pelle. E, al di là delle strumentalizzazioni degli estremisti di turno, si sbaglierebbe a sottovalutare la rabbia crescente, il disagio, la frustrazione di chi opera, nell’impresa o nei servizi, senza sapere se domani o dopodomani potrà lavorare o no. Sarebbe giusto che oggi, agli studenti che hanno perduto il loro secondo anno di scuola in presenza, ai ristoratori che hanno tirato giù le saracinesche, ai lavoratori che hanno perso l’impiego questo governo, per l’autorevolezza di chi lo guida, fornisse delle date credibili. Si dice che questo dipende dai dati del contagio. Ma i dati del contagio dipendono, ormai lo sappiamo, anche da noi. Questo Paese che, a cominciar dai più giovani, ha sopportato tutto in questi lunghi mesi ha ora diritto di sapere la verità, quale che sia. Una data, quale che sia, in cui la vita ricomincerà. Un giorno, quale che sia, al quale guardare e per il quale finalizzare sforzi e sacrifici. E' stato questo l’impegno responsabile assunto ieri da Mario Draghi. Se accade in Usa o nel Regno Unito perché noi non potremmo farlo?”.
 
Gabriele Canè, Quotidiano Nazionale
“Se tutta l’Europa balbetta, stenta, ritarda nelle forniture e nelle somministrazioni, e quindi nelle guarigioni e nelle riaperture, bisogna dirlo: il difetto è nel manico. Che sarebbe Bruxelles, e il governo continentale della Commissione”. Ne parla Gabriele Canè sul Quotidiano Nazionale sottolineando che “non si può non vedere e non denunciare una situazione partita male e che continua a non ingranare al meglio”. L’esecutivo comunitario, sostiene Canè, è “benemerito e insostituibile in tante cose, pensiamo solo al paracadute quotidiano che ci offre la Bce comprando a man bassa i nostri titoli, ma è fallimentare nel capitolo vitale delle fiale salvavita, in cui gli uomini di Big Pharma hanno potuto fare gli Erdogan con i nostri compratori come il ras di Ankara con la Von der Leyen e in cui i mercanti dell’Unione europea erano troppo sprovveduti per non sbattere i pugni o lasciare il salotto. Ora è tardi e si naviga a vista, sperando che l’amico Biden faccia in fretta a vaccinare tutti i suoi e arrivino i fiumi di dosi necessarie a farci immunizzare e ripartire; e che finisca pure la caccia ad AstraZeneca, troppo poco costosa per non avere una qualche controindicazione vera. Nel frattempo, sarebbe sbagliato non avviare da subito una riflessione su questa Europa. Per chiedersi se ne serva «di più» per essere più forte con Pfizer come con la Turchia; se non vada finalmente completato il progetto con una costituzione, un governo vero, una politica estera, un esercito. O ne occorra «di meno», cioè concentrata e forte sui suoi temi forti, economia, finanza, agricoltura, lasciando agli Stati più libertà di azione negli altri campi. Sapendo che il «di più» è forse un’utopia, e il «di meno» un rischio. Ma anche che così com’è, sarà sempre tra le grandi, e non solo, una potenza da strapuntino”.
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