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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 31/03/2021

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Letta: Al Pd serve una cura choc
«Ho dovuto respingere critiche di maschi cinquantenni Al Pd serve una cura choc». Lo afferma il neo segretario del Pd, Enrico Letta, intervistato da Milena Gabbanelli e Simona Ravizza per il Corriere della Sera. Letta, perché due donne capogruppo alla Camera e al Senato e non un uomo e una donna come tutto sommato vorrebbe la parità di genere? «La situazione del Partito democratico che ho trovato è incrostata di un maschilismo e per romperlo c’è bisogno di gesti forti. Io faccio il rompighiaccio». Dopo che la sua battaglia per due capogruppo donna si è conclusa con la nomina di Simona Malpezzi a Palazzo Madama e, ieri, di Debora Serracchiani a Montecitorio, Letta è in collegamento su Corriere.it per intervenire sul tema delle donne in politica affrontato nell’ultima inchiesta di Dataroom: «Quote rosa, perché non funzionano: i meccanismi beffa». In realtà, se uno va a vedere la composizione di genere nelle segreterie del Pd già ai tempi di Walter Veltroni c’erano otto uomini e nove donne. E metà e metà sia con Pier Luigi Bersani che con Matteo Renzi. «Dico due cifre per far capire perché c’era bisogno che entrambi i capigruppo fossero donne. La prima linea del Pd finora è stata composta da uomini (il segretario, i ministri, i Presidenti di Regione, i capigruppo). Queste sono le persone che si vedono e che fanno il Pd. Quando io sono arrivato, erano tutti uomini. Undici uomini su undici persone. Quando sono stato raggiunto da varie telefonate a Parigi e mi hanno chiesto di tornare a fare il segretario del Pd, io ho detto: “No, io sto facendo altro, c’è bisogno che scegliate una donna. C’è bisogno che facciate un gesto di rottura”. Alla fine, poi, sono arrivato io, ma mi sono detto: “Undici figure maschili non va bene, bisogna cambiare e intanto mettiamo almeno due donne su undici”. E aggiungo un’altra cifra importante: gli ultimi tre congressi del Pd hanno avuto ciascuno tre candidati alla segreteria. Nove persone, tutti maschi». Ma si immaginava questo putiferio tra Serracchiani e Madia? «Non è un putiferio, non sono d’accordo. La discussione fra due uomini sarebbe stata ugualmente violenta (violenta verbalmente s’intende). La politica è fatta di contrapposizioni e di competizioni». Così però si replicano gli stessi meccanismi maschili, quelli delle correnti che dilaniano il Pd da un bel po’ di anni, e che sarebbero da scardinare. «In un grande partito come il nostro, non tutti sono uguali e non tutti la pensano come il segretario. Quindi sono assolutamente legittime le aree culturali, le differenze di pensiero ed è anche legittimo che si organizzino. Quello che io trovo sbagliato è che questo finisca per sclerotizzarsi, in un’organizzazione eccessivamente dominata dalle correnti che occupano tutti gli spazi della vita di un partito».
 
Ibarra: Sky è molto più della serie A ma siamo aperti a trattare con Dazn
“Sky è molto più della serie A ma siamo aperti a trattare con Dazn”. Lo afferma l’ad Maximo Ibarra intervistato da Francesco Manacorda per la Repubblica. Adesso, dunque, come esce Sky da una situazione assai difficile? «Ne esce utilizzando i 750 milioni che non abbiamo speso per i diritti della Serie A per altri scopi: acquisto di altri diritti, non solo nel calcio, produzione di nuovi contenuti anche grazie alla piattaforma paneuropea di Sky Studios. E poi con quattro nuovi canali di entertainment con il nostro marchio. E ancora, sfruttando la prevalenza tecnologica: la nostra piattaforma Sky Q non offre una semplice aggregazione di contenuti, ma permette a chi la usa di avere nella sua pagina principale un unico palinsesto che contiene tutto ciò che gli interessa: dai canali della stessa Sky, a operatori Over the top come Amazon Prime e Netflix, a Spotify. Proprio domani (oggi per chi legge, ndr) annunceremo anche un accordo con Disney+, che sarà anch’esso su Sky Q». Resta il fatto che secondo alcuni calcoli il 40% dei vostri abbonati, circa 2 milioni su 5, è con voi per il calcio. Che cosa gli direte? «Che su Sky in ogni caso continueranno ad esserci almeno 400 partite l’anno. Fino a luglio, con gli Europei di calcio, ovviamente non cambierà nulla. Poi dalla prossima stagione avremo gli incontri di Champions League, Europa League. Europa Conference League, oltre alla Premier League e alla Bundesliga. E ancora continueremo ad essere la tv della Moto Gp e della Formula Uno, del tennis, del basket con la Nba, del rugby… Per questo Sky continua a essere la casa dello sport». Una casa che rischia di apparire danneggiata senza la Serie A. Farete ricorso, magari all’Antitrust, contro la decisione della Lega? «Se l’accordo tra Dazn e Tim avesse come obiettivo quello di escludere che la serie A possa essere trasmessa su tutti i device e su tutte le piattaforme, allora sarebbe un tema da valutare molto attentamente. Ovviamente verrà affrontato quando la gara sarà chiusa, ma vorrei ricordare fin d’ora che noi non abbiamo mai impedito a nessuno – Tim compresa - di avere i contenuti della Serie A sulla propria piattaforma». Dazn dice che al momento non ha colloqui con voi. Ma sareste disposti ad acquistare i loro contenuti per Sky? «Noi siamo sempre aperti, ovviamente. Sarà un tema che potremo affrontare dopo che l’asta sui diritti si chiuderà definitivamente. Siamo stati partner di Dazn finora e come dicevo ci aspettiamo che vengano adottati gli stessi criteri che Sky ha adottato da quando ha avuto sette partite di calcio in esclusiva. Del resto anche Tim Vision ha sulla sua piattaforma la nostra Now». Circola un’interpretazione: Sky ha deciso di togliersi dalla gara per i diritti perché costava tanto, ma non portava poi abbastanza clienti aggiuntivi. È plausibile? «No, intanto perché le condizioni per noi sono diverse di quelle che ha avuto Dazn. Come si sa un provvedimento dell’Antitrust ci impedisce fino a maggio 2022 di acquisire i diritti in esclusiva, come ha potuto invece fare Dazn. E poi perché i diritti hanno un valore definito: abbiamo fissato un limite di prezzo oltre il quale non conveniva andare».
 
Messa: Vacciniamo i prof. Le università devono riaprire
Vaccinare i docenti universitari il più in fretta possibile per riaprire le università. Lo chiede Maria Cristina Messa, ministra dell’Università e della Ricerca intervistata da Flavia Amabile per La Stampa. Anche se in gran parte hanno lezioni ancora a distanza? «Includere anche i professori universitari fra gli insegnanti vuol dire dare la stessa importanza all’istruzione di chi è più piccolo e di chi è più grande. Ora per fortuna il piano vaccinale è qualcosa di concreto e ci permette di vedere un aumento massiccio nel numero di vaccinazioni». Quindi è il momento dei professori universitari. «Vanno vaccinati il più in fretta possibile. Una parte lo sono già, il resto lo farà presto permettendoci di aprire con tranquillità gli atenei. Io sono favorevole a una vaccinazione delle categorie che hanno contatti con il pubblico dagli addetti ai supermercati agli insegnanti». Lei si è vaccinata? «Sì, a gennaio con la doppia dose Pfizer. Sono medico». Terminati i vaccini potranno riprendere le lezioni in presenza per tutti gli studenti universitari? «Dipenderà dai decreti che il governo sta approvando. Si segue il principio di una giusta prudenza ma faremo di tutto per riaprire. Parliamo di ventenni che hanno delle esigenze di socialità e di matricole di questo e dello scorso anno che delle università conoscono poco. È una perdita enorme in termini di competenze e di vita accademica». Un anno di lezioni a distanza ha pesato enormemente sugli studenti. Al ministero state valutando le conseguenze per capire come intervenire? «Le università si stanno attrezzando anche attraverso la Crui, la conferenza dei rettori. Come ministero daremo il nostro sostegno con un aumento delle risorse per le attività tutoriali. Credo che il lavoro dei tutor vada rafforzato pensando non solo a un’attività per riportare gli studenti allo stesso livello di conoscenze ma anche per intervenire da un punto di vista psicologico e sociale».
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