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Ignatieff: 'L'America vuole un mondo in tre blocchi ma l'Unione deve resistere'

Anna Lombardi, la Repubblica, 19 gennaio

Redazione InPiù 24/01/2026

Ignatieff: 'L'America vuole un mondo in tre blocchi ma l'Unione deve resistere' Ignatieff: 'L'America vuole un mondo in tre blocchi ma l'Unione deve resistere' Le politiche internazionali di Donald Trump stanno delineando un nuovo ordine mondiale — ma faremmo meglio a chiamarlo disordine — che tende a una divisione in tre blocchi: Usa, Russia e Cina. Emisferi d’influenza, con scarsa connessione tra loro. Allo stesso tempo, le norme universali del diritto internazionale sono costantemente sfidate. E si riaffermano logiche di potere basate solo su interessi nazionali. In questo contesto un’Europa unita è cruciale: blocco indipendente e autonomo di democrazie». Così Michael Ignatieff, ex docente di Storia ad Harvard, ex leader del partito liberale canadese che oggi insegna alla Central European University di Vienna, l’università fondata da George Soros a Budapest nel 1991, intervistato da Anna Lombardi per la Repubblica del 19 gennaio. Dal Venezuela alla Groenlandia, da Gaza all’Iran, Trump prova a riscrivere gli equilibri globali. «In termini di potere, è difficile capire perché chi vuol “rendere grande l’America” si allontani dalle responsabilità globali finora accettate, per “accontentarsi” di responsabilità emisferiche — sia pur estese dalla Groenlandia alla Terra del Fuoco — abbandonando 27 paesi europei con cui è alleata dal 1945. A muoverlo, sono diverse spinte». Prego. «Conta l’isolazionismo nazionalista, antica pulsione americana molto cara alla sua base. E anche l’astio di Trump e i suoi verso i valori liberaldemocratici europei: inclusione, parità dei sessi, multiculturalismo, e così via». Anche a scapito dell’Alleanza Atlantica? «Sì. Per la prima volta dal 1945 ci troviamo contrapposti a un governo che chiede all’Europa una sola cosa: fedeltà alla sua ideologia. D’altronde, per Trump non esiste passato: nemmeno aver combattuto insieme in Afghanistan e Iraq, come hanno fatto i danesi cui ora vuol sottrarre la Groenlandia. L’Europa gli è nemica perché non completamente allineata a lui, che comunque non crede alla diplomazia, né al mantenimento delle relazioni». E allora come intende costruire il nuovo ordine mondiale? «Mira a stipulare accordi che generino vantaggi finanziari diretti per gli Stati Uniti. Ad esempio, non gli importa se il Venezuela è governato da un regime. Non vuol gestire nulla, aspira solo al petrolio. Né gli importa che esistano trattati che già gli danno diritto a nuove basi in Groenlandia. Indifferente al diritto internazionale, vuol possedere quel territorio solo per annetterlo alla sfera d’influenza statunitense. Infine, mira a ottenere vantaggi personali per sé, la sua cerchia e la sua famiglia». Come la mettiamo con Cina e Russia? «Gli sta dando un potere enorme. E questo apre a un futuro difficile per gli stessi Stati Uniti, che si troveranno presto con due rivali sempre più forti e influenti nel resto del mondo, la Cina in particolare. Una contraddizione destinata a esplodere. Alla lunga, gli americani non accetteranno il fatto che la rivoluzione Maga regali a Pechino il dominio dell’Asia orientale». L’ex capo della Nato Anders Fogh Rasmussen ha detto al Financial Times che l’interesse americano sulla Groenlandia è un’“arma di distrazione di massa dalla guerra russa in Ucraina”. «Ma non ne hanno bisogno. Gli americani hanno già abbandonato l’Ucraina, chiedono all’Europa di fornire armi e sostegno finanziario per permettere a Kiev di difendersi e difendere così l’Europa. Una minaccia diretta che gli Stati baltici avvertono già e prima o poi sarò sentita anche dal resto dei Paesi del Vecchio Continente». Qual è il ruolo della Nato in questo contesto? «Se Trump si prende la Groenlandia, la Nato è finita. Se tiene il punto e gli sopravvive, dovremo immaginare un’alleanza senza gli Stati Uniti, col solo Canada come partner atlantico. A proteggere l’Europa, saranno armi nucleari britanniche e francesi. E forse, bisognerà sviluppare oltre le capacità difensive. Peserà sui bilanci, ma è necessario e fattibile. L’Europa ha le risorse e le capacità tecnologiche per difendersi». (Leggi l'intervista completa sul sito InPiù)
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