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Lo storico Niall Ferguson: «Sul piano di pace per l'Ucraina Trump si sta assumendo dei rischi. L'Europa vive in un mondo illusorio»

Paolo Valentino, Corriere della Sera, 26 novembre 2025

Redazione InPiù 29/11/2025

Lo storico Niall Ferguson: «Sul piano di pace per l'Ucraina Trump si sta assumendo dei rischi. L'Europa vive in un mondo illusorio» Lo storico Niall Ferguson: «Sul piano di pace per l'Ucraina Trump si sta assumendo dei rischi. L'Europa vive in un mondo illusorio» Sul Corriere della Sera del 26 novembre Paolo Valentino intervista Niall Ferguson. Come giudica il piano di pace per l’Ucraina, anche alla luce dei cambiamenti che sono stati fatti dopo i colloqui di Ginevra? «Il meglio è nemico del bene. Contrariamente a tutte le cose che sono state dette sui media, il piano è una base ragionevole per negoziare. I giornalisti si lamentano come fecero con il piano dei 20 punti per Gaza. Ma alle guerre non si mette fine con gli editoriali, bensì o con una vittoria o con un compromesso. Questo piano afferma la sovranità dell’Ucraina, offre a Kiev una garanzia di sicurezza sostenuta dagli Usa, prevede la ricostruzione del Paese. Certo, le cessioni di territorio e l’amnistia per i crimini di guerra sono difficili da digerire, ma se uno vuole riprendersi i territori occupati da Putin deve vincere la guerra. E realisticamente l’Ucraina non è mai stata nella posizione di sconfiggere la Russia. I critici devono riconoscere che il presidente Trump si sta assumendo qualche rischio. Io non credo che sia nell’interesse del popolo ucraino prolungare la guerra di un altro anno, spero che Zelensky usi la sua eloquenza per spiegare perché il momento giusto è adesso. Gli ucraini hanno lottato eroicamente per la loro indipendenza. È tempo di consolidare ciò che hanno raggiunto attraverso la diplomazia». Niall Ferguson è uno dei maggiori storici dell’economia contemporanei. Di origine scozzese, autore di libri fondamentali come L’ascesa del denaro: Storia finanziaria del mondo, ha insegnato a Oxford, Stanford e Harvard. I suoi interventi sui giornali e in televisione suscitano sempre grandi dibattiti e controversie. Questa intervista nasce da «The Distrupter in Chief», un intervento su Donald Trump pubblicato sul Wall Street Journal in cui lo storico britannico riconosce molti crediti al presidente americano pur non parteggiando per lui. Lei sostiene che Trump è un bene per l’Europa. Ma Trump odia gli europei. «È un sentimento reciproco. Trump con i suoi shock costringe gli europei a smettere di pretendere l’autonomia strategica e a fare finalmente qualcosa di serio per averla. L’Europa è la grande perdente di questa epoca, ma non solo o non tanto a causa di Trump, bensì a causa della Cina, che sta rovinando l’economia europea. Era prevedibile. Purtroppo, l’Ue non ha ancora fornito risposte adeguate». Quale sarebbe a suo avviso una risposta giusta da parte europea? «Il riarmo della Germania, ma non quello cui stiamo assistendo che avvantaggerà solo Rheinmetall e pochi altri con contratti per sistemi d’arma buoni per gli anni Novanta. Occorrerebbe invece mobilitare l’intera economia tedesca per produrre milioni di droni che cambierebbero l’equilibro strategico in Europa. Il problema degli europei non è Trump ma sono loro stessi. Vedo l’Europa in uno stato illusorio, spera segretamente che, una volta passato Trump, arriverà un presidente democratico che riporterà indietro l’orologio della Storia. Ma questo non accadrà». Nel suo saggio sul Wall Street Journal lei elogia la «distruzione creativa di Trump». Perché? «Dovremmo chiederci se tutto sarebbe stato meglio se Kamala Harris fosse stata eletta e ho difficoltà a crederlo. Primo, in politica estera, i problemi che Trump ha dovuto affrontare erano in massima parte risultato degli errori dell’amministrazione Biden in Ucraina, a Gaza e più in generale nel Medio Oriente. Sul piano economico, le conseguenze dei dazi sull’economia americana e su quella globale mondiale sono state meno severe delle previsioni. Terzo e ultimo punto, io non dico che le scelte radicali di Trump non abbiano costi, che probabilmente diventeranno più visibili l’anno prossimo. Ma penso anche che la necessità di un’azione distruttiva fosse evidente da tempo nella politica americana». 
 
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