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Bonaccini: “Una nuova classe dirigente per il Pd”

Fabio Martini, La Stampa, 12 dicembre

Redazione InPiù 17/12/2022

Bonaccini: “Una nuova classe dirigente per il Pd” Bonaccini: “Una nuova classe dirigente per il Pd” «Per il Pd è necessaria una nuova classe dirigente. La novità è che la destra ha sulla carta le condizioni per consolidarsi nelle istituzioni e radicarsi nella società. Per questo è illusorio contrapporle un’alternativa fatta solo di protesta o, viceversa, di contiguità, sperando poi di fare la stampella alla prima difficoltà». Così Stefano Bonaccini intervistato da Fabio Martini per La Stampa del 16 dicembre. Lei e Schlein, candidandovi per la segreteria Pd, di fatto state costringendo le correnti a rincorrervi: in questo effetto-vagone lei pregusta il partito del futuro? O anche il suo anti-correntismo è un fumogeno? «Le correnti hanno esaurito la loro funzione: non stanno producendo pensiero, sintesi, classe dirigente, merito. Un grande partito o è plurale e aperto o non è, ma bisogna cambiare radicalmente. Io ho chiesto a ciascuno e a tutti di valutare le proposte che avanzo, ma di cambiali non ne firmo e non offrirò rendite di posizione. Lo dico prima per chiarezza e forse così si paga un prezzo, ma dall’opposizione ce lo possiamo permettere. E credo di avere l’esperienza e la solidità per poter gestire le turbolenze che ciò comporta. È ora di cambiare davvero e sento di avere al mio fianco tanti militanti, amministratori, elettori, donne e uomini che non ne possono più». Affibbiare etichette denigratorie fa parte della tradizione di una certa sinistra, ma all’accusa di essere “renziano”, lei dovrà comunque rispondere e anche in modo convincente, non le pare? «Io mi chiamo Stefano Bonaccini: credo di poter essere giudicato per quel che dico e quel che faccio. Rispetto a Renzi ho un progetto totalmente diverso: lui è uscito dal Pd e ora vorrebbe conquistare i nostri voti; io dal Pd non me ne sono mai andato perché questo è il mio partito e la nostra comunità, e voglio farne un partito più forte. Prima il Pd. Perché all’Italia serve un’alternativa a questa destra e senza un grande partito progressista e riformista Giorgia Meloni o chi per lei governerebbero per altri 20 anni». I notabili che guidano le due correnti più “antiche” del Pd, Andrea Orlando e Dario Franceschini – che dal 2013 hanno totalizzato 13 anni da ministri – sono contro di lei: il primo la accusa di difendere l’esistente, il secondo è con Schlein: come risponde? «Essere accusato di difendere l’esistente da chi ha ricoperto ininterrottamente per tanti anni ruoli di vertice nazionale nel partito e nel governo è davvero curioso. Sostengano chi credono, ci mancherebbe, io non faccio battaglie personali contro nessuno. Ma un nuovo corso ha bisogno anche di nuova classe dirigente». Dopo le elezioni il Pd è stato circondato da Conte e Calenda… «Terzo Polo e 5 Stelle si comportano come avessero vinto le elezioni, che invece hanno perso come noi, e si preoccupano più di criticare il Pd che il governo della destra. Andare divisi alle elezioni ha fatto vincere la destra, litigare oggi all’opposizione è l’assicurazione sulla vita del governo. Serve un’opposizione che sappia affiancare ad ogni no una controproposta alternativa e sappia evidenziare le loro contraddizioni». Col suo tour, Conte sta consolidando un “sindacato” del Sud o sta soffiando sul fuoco del ribellismo? «Anche io sono partito dal Sud, perché il Mezzogiorno deve tornare a essere una grande questione nazionale, a proposito di identità del Pd. Basta con un Paese che va a troppe velocità diverse. Ci sono tante energie da valorizzare e sostenere, accanto a mille problemi. Il compito della politica non è soffiare sui problemi ma dare risposte e soluzioni».
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