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Vittorio Feltri: «Mia moglie morì di parto, mi ritrovai con due gemelline»

Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 22 ottobre 2022

Redazione InPiù 22/10/2022

Vittorio Feltri: «Mia moglie morì di parto, mi ritrovai con due gemelline» Vittorio Feltri: «Mia moglie morì di parto, mi ritrovai con due gemelline» Sul Corriere della Sera di sabato 22 ottobre Aldo Cazzullo intervista Vittorio Feltri, attuale direttore editoriale di Libero. Vittorio Feltri, come sta? «Meglio. Mi sa che la sfango». Qual è il suo primo ricordo? «La morte di mio padre Angelo. Avevo sei anni. Lui, 43». Di cosa morì? «Morbo di Addison. Ora si guarisce con due iniezioni di cortisone. Due ore prima di andarsene volle vedere per l’ultima volta mio fratello Ariel, mia sorella Mariella e me. Per benedirci, tipo patriarca biblico. Non so se mi riconobbe. Nel corridoio vidi una donna di spalle appoggiata al muro, che piangeva e sobbalzava nel suo vestito verde. Era mia madre». Cosa faceva sua madre? «Vendeva la pasta Combattenti. La sera mi mettevo alla finestra ad aspettare il suo ritorno. Quando la vedevo arrivare, mi precipitavo di corsa giù dalle scale e la abbracciavo stretta. Poi c’era il maestro». Quale maestro? «Si chiamava Angelo Dolci, ed era davvero dolcissimo. Mi veniva a prendere a casa e mi portava a scuola in sidecar, con gli occhialoni da pilota della Wehrmacht. A 14 anni sono andato a lavorare». Quale lavoro? «Fattorino: consegnavo chincaglieria, cristalleria, ceramiche. Poi vetrinista. La domenica sera arrotondavo al piano bar Don Rodrigo di Lecco». Anche pianista? «Non ero granché, ma usavo gli spartiti della fisarmonica, che sono più semplici. Suonavo le canzoni di Gaber: “Porta Romana bella, Porta Romana...”. Cinquantamila lire a notte. Tanto tempo dopo, con Gaber diventammo amici. Era un ragioniere, come Montale: intelligentissimo. “Destra-sinistra” me la fece sentire mentre la stava scrivendo; “il cesso è sempre in fondo a destra” è mia». A 14 anni smise di studiare? «Ricominciai grazie a un prete. Si chiamava Angelo come mio papà, era il direttore della biblioteca di Bergamo alta. Mi passava i libri giusti. Parlavamo solo bergamasco e latino. Ancora oggi, quando devo scrivere un articolo, penso in latino. Il giorno prima della maturità, don Angelo mi diede da tradurre una versione di Tito Livio». E poi? «All’esame diedero lo stesso brano di Tito Livio. Non ho mai capito se il prete avesse avuto una premonizione o una soffiata. Poi vinsi un concorso alla Provincia. Quando mi arrivò la notizia bestemmiai atrocemente. Ero dispiaciuto: volevo fare il giornalista». E lo fece lo stesso. «Don Angelo mi raccomandò all’Eco di Bergamo. Primo articolo, intervista a un giovane regista del posto: Ermanno Olmi. Poi Nino Nutrizio mi chiamò alla Notte». Com’era Nutrizio? «Un esule istriano, scampato alle foibe. Mi dava del voi: “Collaborate all’Eco da quasi quattro anni e non vi hanno ancora assunto; questo mi fa pensare che siate un cretino. Ma vi darò una possibilità”». La Notte era il regno della cronaca nera. «Una prostituta di Bergamo fu uccisa a coltellate. Entrai in casa sua, c’era la figlia, una bambina di quattro anni, con una fetta di panettone in mano, seduta nella pozza di sangue della madre... (Vittorio Feltri piange). Scrissi il pezzo. Il giorno dopo comprai La Notte, guadagnai col cuore in gola l’ultima pagina con la cronaca di Bergamo, e non trovai nulla. Umiliato, ripiegai il giornale, e vidi il mio articolo in prima pagina a nove colonne. Una felicità indescrivibile». Primo amore? «Da ragazzo vinsi un premio per il miglior tema, e mi mandarono a leggerlo in una classe femminile. Alla fine applaudirono tutte, tranne una. La guardai di brutto e incrociai due occhi stupendi. Era Maria Luisa Trussardi». Vi fidanzaste? «Qualche bacino, seduti sul muretto... Poi mi innamorai di un’altra Maria Luisa. Lei rimase subito incinta. Matrimonio riparatore. Vado emozionato in ospedale, e dal reparto maternità esce un’infermiera con due fagottini. “Oh che belle bambine, qual è la mia?”. “Tutte e due” risponde l’infermiera». 
 
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