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Carofiglio: “Con questa crisi chi tutela i più deboli? La società se lo chiede, la politica no”

Fabio Martini, La Stampa, 20 luglio 2022

Redazione InPiù 23/07/2022

Carofiglio: “Con questa crisi chi tutela i più deboli? La società se lo chiede, la politica no” Carofiglio: “Con questa crisi chi tutela i più deboli? La società se lo chiede, la politica no” Gianrico Carofiglio, scrittore dalla tavolozza ricca, tiene sempre uno sguardo sulla realtà sociale e politica italiana e in questa intervista a Fabio Martini (La Stampa, 20 luglio 2022) propone un affresco sull’Italia di questi giorni ricco di spunti personali, inediti. Sugli umori degli italiani, su Draghi, su Conte, sugli appelli della società civile, sul destino “storico” dei Cinque stelle. Rancore è il titolo del suo più recente romanzo: le pare che in questi mesi sia un sentimento che sta attraversando l’Italia più che nel passato e che sia il motore anche di chi ha promosso la crisi politica, il Movimento Cinque stelle? «Difficile dubitarne. Naturalmente il rancore cui fa riferimento il titolo del romanzo è un sentimento privato, ma più in generale, sì, il tema del rancore ha molto a che fare con l’attuale momento politico e sociale del Paese. È un veleno delle nostre società, sempre più evolute, più ricche, più diseguali. Il caso più clamoroso si è manifestato durante la pandemia, la ricchezza dei ricchi è aumentata a dismisura e chi si trovava dall’altra parte è sempre più in difficoltà. E la diseguaglianza genera, in chi si trova dalla parte “sbagliata”, un senso grave di risentimento, che non ha un bersaglio preciso da parte di chi non ha ben chiaro chi siano i responsabili. Come spiega molto bene Michael Sandel, a mio avviso il più grande filosofo della politica vivente, nel suo La tirannia del merito, la diseguaglianza materiale ha certo il suo rilevante peso, ma nelle nostre società ad esser lesa è soprattutto la dignità delle persone: in tanti hanno la terribile percezione di essere esclusi da ogni premessa di futuro, di cambiamento e di partecipazione a quella che nel passato era una grande speranza collettiva». Ma si possono covare anche rancori personali o di parte, non legati ad un’esclusione sociale, alimentati dal ricordo di un fisiologico avvicendamento alla guida di un governo: non pensa che nella crisi di governo questo aspetto abbia un peso? «Penso di sì. C’è una parola inglese che rende l’idea: “entitlement”, che è quella sensazione che taluni hanno di avere diritto a qualcosa che spettava e che è stata sottratta. Una situazione vissuta come un’ingiustizia. In politica può diventare un sentimento pericoloso: uno dei tanti modi di violare una di quelle che a me paiono le regole della politica, dal punto di vista dell’attitudine personale. Una di queste regole è “non farne un caso personale”, che ovviamente non significa “non rubare”. Farne un caso personale è quando uno è convinto che una certa carica gli spetti ed è ingiusto che gli venga tolta. Farne un caso personale significa, spesso mentendo inconsapevolmente anche a sé stessi, sostenere con ragioni di interesse generale quelle che sono ragioni di carattere personale». Mai come in queste ore i riflettori si sono concentrati su Mario Draghi: accanto alle virtù ormai conosciute in tutto il mondo, ha trovato qualche limite nella sua azione? «È un personaggio dal profilo straordinario, anche nella sua dedizione all’interesse pubblico. Volendo cercare il pelo nell’uovo gli suggerirei qualche astuzia comunicativa in più. Se sei più bravo non è indispensabile che questo sia reso troppo evidente. Soprattutto se i tuoi interlocutori attraversano un momento di fragilità». 
 
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