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Remuzzi «Il Covid non è uno show Ora sappiamo curarlo ma la terza dose serve»

Pietro Senaldi, Libero 25 ottobre

Redazione InPiù 29/10/2021

Remuzzi «Il Covid non è uno show Ora sappiamo curarlo ma la terza dose serve» Remuzzi «Il Covid non è uno show Ora sappiamo curarlo ma la terza dose serve» Il Covid non è uno show, ora sappiamo curarlo ma la terza dose serve. Lo afferma Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri nonché ematologo e nefrologo, luminare di fama mondiale, intervistato da Pietro Senaldi per Libero del 25 ottobre. Professore, perché dopo due anni di pandemia passati in prima linea, un libro che tratta il Covid solo marginalmente? «Volevo fare della divulgazione scientifica, non prendere posto nell’agone. Io credo che noi medici dobbiamo iniziare a comunicare». Mi pare non facciate altro. In tv non ci sono che camici bianchi… «Non confonda la scienza coni talk show. Ci sono trasmissioni fatte apposta per far litigare le persone, con i conduttori che scelgono i profili più divisivi, bianco contro nero, vince chi è tranchant e se insinui dubbi non fai audience. Invece la medicina è dinamica, è un’evoluzione continua di conoscenze che si contraddicono. Si va avanti per dubbi e tentativi». È stato sbagliato qualcosa nella comunicazione sul Covid? «Non è stato fatto capire che tutto quel che si dice sul virus ha valore in quell’esatto momento. Quel che è vero oggi può risultare fallace domani. E poi in medicina non esistono verità assolute: è sbagliato che chi è favorevole alla profilassi dica che i vaccinati non si contagiano, perché poi i fatti lo smentiscono e le iniezioni perdono credibilità. Basta dire che si ammalano meno gravemente e sono meno contagiosi. Già questo fa capire come il vaccino sia stata la soluzione. “L’obiettivo del vaccino è di prevenire una malattia che richieda un intervento medico, non di prevenire l’infezione. Sarebbe troppo chiedere al vaccino di prevenire l’infezione”, ha detto recentemente il dottor Chen, un membro di quello che noi chiamiamo CTS presso il Center for Disease Control degli Stati Uniti». Quindi continuiamo a parlare a vanvera? «Solo le conoscenze suffragate da studi sono valide, ma anche quelle non sono la Bibbia. E poi non si può pretendere troppo dai pazienti: vanno dati messaggi semplici e chiari, che non si contraddicono. Il più importante è far capire loro che i malati non sono tutti uguali. Se il virus aggredisce Colin Powell, che ha 84 anni, il diabete, è sovrappeso, ha un mieloma multiplo e si sottopone a terapie che indeboliscono il sistema immunitario, ci sta che muoia anche se vaccinato». Per questo che ci sono i no vax e sono nate teorie complottiste? «Io credo che molti problemi derivino dal fatto che i media hanno cercato la notizia, enfatizzando qualsiasi sciocchezza. Anche a questa vicenda delle proteste di Trieste, è stata data troppa importanza solo perché faceva clamore. A chi dice che col vaccino si è andati troppo in fretta bisogna spiegare che sì, l’hanno fatto in dieci mesi ma studiavano soluzioni per Ebola e tumori basati su vaccini a mRNA dal 2013». Però i no vax ci sono… «Non sono poi così tanti, se l’87% degli italiani ha fatto almeno una dose, e quindi farà a breve la seconda. Enfatizziamo le notizie positive, non i pochi casi sfortunati. Diciamo che uno studio svedese fatto su più di un milione di persone e 800mila familiari ha visto che più cresceva il numero di persone immunizzate più calava il rischio di malattia grave e ospedalizzazione nei membri della stessa famiglia che non avevano ricevuto il vaccino. Una riduzione importante, dal 45% al 97%». Se avessimo meglio comunicato non avremmo avuto i no vax? «C’è poco da fare con chi non si fa convincere dall’evidenza dei fatti. Se il vaccino ti spaventa più di restare chiuso a casa tre mesi in lockdown o morire solo e intubato, non c’è comunicazione che possa convincerti. La verità è che l’uomo è strano e ognuno ha la sua testa. Guardo il bicchiere pieno al 90%: se nove su dieci si sono vaccinati, significa che il messaggio è passato».
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