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Guerini: “Nel Sahel si decide la sicurezza dell'Europa”

Gianluca Di Feo, la Repubblica, 29 marzo

Redazione InPiù 19/03/2021

Guerini: “Nel Sahel si decide la sicurezza dell'Europa” Guerini: “Nel Sahel si decide la sicurezza dell'Europa” Vedo il nostro impegno militare in Sahel in piena complementarietà con quello in Libia, nel Corno d’Africa e nel Golfo di Guinea. Si tratta di un’unica area di crisi, con una forte recrudescenza jihadista, le cui conseguenze si riverberano nel Mediterraneo e in Europa». Lo afferma il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, intervistato da Gianluca Di Feo per la Repubblica del 19 marzo dopo l’arrivo dei primi soldati italiani per la nuova missione in Mali. Pochi giorni fa ha presentato alle Camere la necessità di definire assieme agli altri dicasteri una nuova strategia della Difesa per fronteggiare le tensioni del Mediterraneo. È prevista una maggiore presenza militare a sostegno dell’interesse nazionale? «Il Mediterraneo è un’area molto più complessa e turbolenta rispetto a pochi anni fa. La cooperazione internazionale rappresenta da sempre il pilastro dell’azione della Difesa per garantire la pace, ma in questo scenario credo che alla cooperazione vada affiancata una presenza militare visibile ed esplicita per garantire la nostra sicurezza, quella delle linee di comunicazione marittima, quella dei nostri approvvigionamenti energetici: in sintesi, serve a tutela dei nostri interessi nazionali. Lo stiamo facendo con il contributo a missioni europee, atlantiche e Onu. Esserci significa lavorare per la pace ma soprattutto non lasciare spazi liberi a chi vuole minare quella stabilità». Lei è reduce da due incontri importanti: quello con la sua collega tedesca Kramp-Karrenbauer e proprio ieri con l’Alto rappresentante Ue Borrell. In entrambi avete parlato di Libia: cosa sta cambiando? «Anzitutto dobbiamo salutare con soddisfazione la nascita del governo di unità nazionale. Non era affatto scontato e l’Italia ha lavorato con intensità perché questa opportunità si potesse realizzare. La Libia è la nostra priorità strategica e come Difesa continueremo a portare avanti la collaborazione tecnico-militare, concentrandoci soprattutto nell’addestramento oltre a garantire il supporto per lo sminamento umanitario. Sono tutti capitoli dell’accordo firmato a dicembre con il mio collega Al-Namroush e che dobbiamo implementare». Quell’accordo ha segnato il primo passo per un ritorno dell’Italia nelle dinamiche del Paese, dopo due anni in cui le autorità libiche si erano rivolte a altre nazioni... «Si, è un risultato ottenuto con lo sforzo diplomatico del governo Conte e del ministro Di Maio. La Difesa può rappresentare una leva importante per il ritorno del protagonismo italiano in Libia, nel rispetto della sovranità nazionale e con una posizione tesa a sostenere le loro istituzioni. Siamo all’inizio di un processo che si deve completare: la nascita del governo è un inizio significativo ma resta importante arrivare al passaggio delle elezioni».
 
L’operazione navale europea Irini verrà prorogata di due anni. Il suo compito principale è fare rispettare l’embargo verso la Libia. Pochi giorni fa è stato diffuso un rapporto Onu che mette in luce il ruolo di diverse nazioni, e in particolare di Russia e Turchia, nell’incentivare la guerra civile. Lei ha parlato di una “presenza destabilizzante di forze straniere in Libia”: è fiducioso sulla possibilità che lascino il Paese? «Irini è una missione fondamentale per la stabilizzazione dell’area e ritengo che parte della credibilità dell’impegno europeo in Libia passi attraverso l’incisività della sua azione. Per questo, come ho detto più volte nei vertici Ue e ieri a Borrell, bisogna lavorare per potenziarla: deve essere resa pienamente efficace con un dispiegamento di assetti che sia funzionale agli obiettivi. Unendo all’embargo sulle armi l’addestramento della Marina e della Guardia costiera libica. Più Irini sarà efficace, meno le interferenze straniere potranno disturbare il cammino della Libia e il nuovo governo potrà appropriarsi della sua autonomia. Ma per farlo senza ipocrisie, l’Ue deve avere un’agenda realmente comune e condivisa: una cooperazione che metta da parte le gelosie nazionali. E questo vale anche per il nostro impegno nel Sahel».
 
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