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Varoufakis: “Democrazia più debole dopo il Covid Con Draghi festeggerà soltanto Meloni”

Davide Lezzi, La Stampa, 15 marzo

Redazione InPiù 19/03/2021

Varoufakis: “Democrazia più debole dopo il Covid Con Draghi festeggerà soltanto Meloni” Varoufakis: “Democrazia più debole dopo il Covid Con Draghi festeggerà soltanto Meloni” Pochi giorni fa è bastato un suo tweet, una frase sui social di appena 27 parole in cui attaccava il governo Draghi, per scatenare una lunghissima scia di reazioni, minacce di azioni legali e polemiche. Yanis Varoufakis ex ministro delle Finanze greco, intervistato da Davide Lessi per La Stampa dice che «il Recovery Fund non sarà sufficiente», in cui profetizza che dopo la pandemia «l’Europa sarà molto più debole perché gli investimenti non basteranno». A Mario Draghi contesta il metodo con cui è arrivato alla premiership. E poi elogia il nuovo segretario dem Enrico Letta: «L’ho conosciuto e mi piace molto». Salvo poi aggiungere che DiEM25, il movimento progressista paneuropeo che ha fondato, non ha intenzione di avere relazioni con il Pd. Varoufakis, partiamo da quel tweet. Non le sembra che sia stato inappropriato accostare una società di consulenza alla mafia? «La decisione del governo Draghi di ingaggiare McKinsey è un insulto al popolo italiano. La vostra democrazia non ha bisogno di una società di consulenza per distribuire i fondi comunitari. Quella sulla mafia era una battuta ma appropriata: dopo McKinsey cosa ci aspetta? Draghi poteva fare peggio solo chiamando la mafia nella riorganizzazione del ministero della Giustizia. Questo ho scritto e questo ripeto». Torniamo da questa parte dell’Oceano. Come vede l’Europa? Sarà più forte o più debole dopo questa pandemia? «Molto, molto più debole. Gli investimenti sono diminuiti nel corso del 2020 di circa il 50 per cento. Il Recovery Fund, nella migliore delle ipotesi, coprirà solo un ottavo del necessario nei prossimi anni. È troppo poco e i fondi arriveranno troppo tardi. Il rischio per la zona euro è di sprecare un altro anno». Nella sua ultima intervista a La Stampa, quasi un anno fa, aveva detto che «Roma sarebbe crollata senza Eurobond». Un anno dopo Roma c'è ancora e l’Italia riceverà 209 miliardi dal Recovery. Ha cambiato idea? «No, tutt’altro. Resto dell'idea che sia giusto che l'opinione pubblica sappia che il Recovery non sarà adeguato. Ben 120 di quei miliardi sono prestiti. E l'ultima cosa di cui l'Italia ha bisogno, considerato l'alto debito pubblico e il problema del suo pagamento. Poi certo ci sono anche 80 miliardi di sovvenzioni, ma sono da distribuire in sei anni: cioè circa 13 miliardi all’anno. Una goccia nel mare, macro-economicamente irrilevante». In realtà tanti economisti pensano che questo sia un nuovo piano Marshall per l'Italia. E, rispetto a un anno fa, anche la politica è radicalmente cambiata: Matteo Salvini ha accettato di entrare a far parte di un nuovo governo di unità nazionale. Cosa pensa di questo inatteso scenario? «Che è una sconfitta per la democrazia italiana. L’unica a trarne vantaggio sarà Giorgia Meloni, con il suo partito neofascista raccoglierà il malcontento che, inevitabilmente, crescerà». Perché non si fida di Draghi? Lei è europeista e lui è stato fondamentale per la sopravvivenza dell’euro. Non solo: da governatore della Bce è stato spesso accusato di aiutare i Paesi dell'Europa meridionale con la sua politica monetaria. Lei invece lo accusa di aver danneggiato Atene... «La mia opinione su Mario Draghi è irrilevante. Sì, nel 2015 ha contribuito a strangolare la democrazia greca e in questo modo ha danneggiato anche la democrazia europea. Chiudere le banche elleniche è stato un modo per ricattare il popolo greco e costringerlo ad accettare l'ennesimo prestito impagabile da parte della Troika. Ma su Draghi penso ci sia un tema politico importante: la sua nomina non è frutto di un’elezione, è stato scelto a porte chiuse da leader politici che si sono accordati senza tenere conto dei rispettivi programmi con cui si erano presentati al popolo italiano».
 
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