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Vaccarono: Google pronta per la webtax ma serve un regime unico per l'Ocse

Gabriele De Stefani, La Stampa, 5 febbraio

Redazione InPiù 05/02/2021

Vaccarono: Google pronta per la webtax ma serve un regime unico per l'Ocse Vaccarono: Google pronta per la webtax ma serve un regime unico per l'Ocse «Google non ha problemi ad accettare la web tax ma serve un regime unico per l’Ocse. Mi fa sorridere quando si descrive il web come il grande disgregatore della nostra società, colpevole di aver mandato in crisi interi settori. È vero il contrario: la pandemia ci ha insegnato che la crescita economica e la lotta alle diseguaglianze passano dal digitale. E qui bisogna investire, se si vogliono affrontare i problemi del nostro tempo». Lo afferma Fabio Vaccarono, amministratore delegato di Google Italia e vicepresidente mondiale del gruppo, intervistato da Gabriele De Stefani per La Stampa del 5 febbraio. Per i giganti del web è stato più facile riorganizzarsi, eravate già pronti. Ma le imprese italiane scontano un notevole gap tecnologico, culturale e infrastrutturale, di cui solo in parte sono responsabili. Mancano reti e formazione. «Infatti c’è bisogno di grandi investimenti e il Recovery Plan dovrà servire a questo. Tutta l’Europa meridionale è in ritardo e al suo interno noi, ad esempio, siamo dietro la Spagna: o colmiamo il gap o usciremo dal giro dei grandi, perché in futuro si accentuerà sempre più la distanza tra chi avrà colto la rivoluzione e chi non lo avrà fatto. Google ha fatto un investimento di oltre 900 milioni di dollari in cinque anni che comprende molti progetti a favore delle piccole e medie imprese italiane, conformazione e sostegno gratuiti per costruirsi competenze digitali». La pandemia ha anche accentuato le diseguaglianze, moltiplicate dal digital divide: chi ha connessione e competenze digitali è dentro, gli altri sono fuori. Sentite la responsabilità di aiutare a risolvere? «Questo è un punto centrale per capire che il digitale non è quell’elemento distruttivo della società che spesso viene superficialmente descritto, ma la soluzione dei problemi se si vogliono tenere tutti a bordo nella nostra società. Un anno fa, un italiano su quattro non si era mai collegato a internet. È evidente che chi non va sul web ha meno opportunità di crescita economica, sociale, personale. È un problema di inclusione, in questo senso internet è fondamentale. Chi non aveva connessione e pc, non è andato a scuola per mesi. Il nostro contributo c’è stato, anche attraverso i fondi messi a disposizione gratuitamente da Google.org per le no profit, e ci sarà. Grazie agli strumenti che abbiamo messo a disposizione gratis, milioni di studenti hanno potuto contare sulla didattica a distanza e migliaia di docenti qualificati hanno potuto accrescere le loro competenze. Per noi è un onore».
 
A proposito di equità: si avvicina, almeno nelle intenzioni, l’ora della web tax. «Le aziende del web rispettano le regole. Noi abbiamo la casa madre in America e quindi il grosso lo paghiamo là. Se il tema è la ripartizione del carico fiscale, parliamone. Però attenzione: evitiamo una miriade di autoregolamentazioni locali che limiterebbero l’evoluzione digitale nei Paesi che più ne hanno bisogno, come l’Italia. Serve un dibattito ad un livello più alto, in sede Ocse». Per l’Ue gruppi come il vostro sono troppo potenti. «Tra i cosiddetti colossi del web ci sono modelli di business molto diversi. Ma la sostanza è che, con il maturare del contesto digitale, il potere è sempre più nelle mani dell’utente e quindi del mercato. La fine del nostro modello di business è sempre a portata di clic, chi oggi usa i nostri servizi può non tornare domani. Youtube ha la concorrenza di molti nuovi portali, i social newtork si sono moltiplicati, ciascuno si sta costruendo la propria piattaforma di e-commerce. L’innovazione è talmente tumultuosa che non esistono rendite di posizione, solo la qualità ti fa rimanere leader».
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