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Bremmer: L'America è ferita, non basterà Biden per guarirla

Alberto Simoni, La Stampa, 15 gennaio

Redazione InPiù 15/01/2021

Bremmer: L'America è ferita, non basterà Biden per guarirla Bremmer: L'America è ferita, non basterà Biden per guarirla «Il vecchio ordine americano non c’è più. E non tornerà L’America è ferita e non basterà Biden a guarirla». Lo afferma il politologo, presidente e fondatore di Eurasia Group, Ian Bremmer, intervistato da Alberto Simoni per La Stampa. Non è troppo pessimista? «L’America detiene la più grande economia del pianeta, custodisce riserve finanziarie ed è un colosso energetico. Sono elementi di supremazia, ma le dinamiche globali sono mutate ormai. La crescita della Cina è sempre più marcata da decenni, gli interessi e i tentacoli di Pechino sono sparsi ovunque. E questo genera uno scenario ben diverso rispetto a quello in cui è maturato il vecchio ordine basato sulla superpotenza egemone Usa. Questo, dico, non tornerà più». Una dinamica in atto da un po’ di tempo quindi. L’assalto al Campidoglio però ha inferto un brutto colpo all’immagine americana all’estero, fra preoccupazione degli alleati e ironia dei nemici. «La foto di Capitol Hill sotto scacco è stata un colpo direi terrificante al cosiddetto soft power, la capacità di persuasione con la forza dell’esempio. Gli Stati Uniti hanno visto in un baleno dissolversi il mito dell’efficacia del suo potere fondato sul primato della Costituzione. E ci vorrà ben più di una generazione per rimodellare quel potere, se mai possibile». Intanto a ricostruirlo dovrà pensarci il democratico Biden. Ma prima dovrà unire il Paese, sembra una missione impossibile... «La nazione è polarizzata. C’è un sentimento anti-establishment radicato da tempo. Trump ha solo accelerato la rapidità con cui l’onda populista si è mossa, ma quella c’era ben prima e non svanisce adesso. In questo clima aggiustare le divisioni e lenire le ferite è una sfida generazionale, non basta un mandato di 4 anni». Come può governare allora il presidente democratico? «Partirà dagli stimoli per la ripresa economica e dagli aiuti ai cittadini più colpiti dalla pandemia. Su questo tenderà la mano ai repubblicani. Ma per far avanzare i punti chiave della sua agenda servono sessanti voti al Senato. Lì i democratici ne hanno 50».
 
Cosa farà la leadership repubblicana? «L’attuale numero uno al Senato Mitch McConnell non convocherà più i colleghi. Poi dopo il 20 toccherà alla nuova maggioranza democratica scegliere come gestire l’iter dell’impeachment. Così facendo McConnell spera di “congelare l’effetto Trump”. Ma l’esito di questa strategia è incerto. Poiché non sappiamo quanti fra deputati e senatori sono disposti a prendere le distanze da Donald Trump. Ci sono tanti deputati che temono di perdere il proprio seggio quando si tornerà a votare nelle elezioni di Midterm del 2022. Non dimentichiamo che ci sono 70 e passa milioni di elettori che hanno scelto Trump in novembre e che il vento anti-establishment non accenna a calare come testimoniano gli ultimi accadimenti». Molti di questi fan si sono scagliati contro le piattaforme social che hanno “bannato” Trump. Era giusto farlo? «È stato legittimo, non c’è stata alcuna discriminazione nei confronti di Trump. Parliamo di un settore privato che ha norme proprie e le ha applicate. Detto questo quanto accaduto solleva una questione enorme». Quale? «Twitter e Facebook hanno troppo potere e questo è un danno potenziale per la democrazia». Perché? «L’arbitrarietà della decisione. Trump in molte occasioni negli ultimi quattro anni ha diffuso fake news e seminato disinformazione pericolosissima per il Paese. I vertici dei social network potevano agire anche prima eppure hanno atteso che l’aria a Washington cambiasse. Si sono mossi quando al potere sono arrivati democratici. E poi perché Twitter non ha riservato lo stesso trattamento ad altri controversi leader come Khamenei?» Dove sta l’errore? «Facebook e Twitter si muovono in un regime di sostanziale monopolio. Servono regole più restrittive per il settore. Come in Europa». Anche in Europa i social media dilagano e la politica ne è influenzata, non crede? «Non come qui. Gli Usa vivono in perenne campagna elettorale, si vota ogni biennio, e c’è un panorama fatto di social, siti e tv via cavo, News max e Fox, che si confrontano ferocemente ogni attimo a colpi di news. Tutto ciò ha creato un clima terribile per la democrazia».
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