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Kissinger: “Europa e Usa uniti davanti alla Cina”

Mathias Döpfner, la Repubblica, 10 novembre

Redazione InPiù 13/11/2020

 Kissinger: “Europa e Usa uniti davanti alla Cina” Kissinger: “Europa e Usa uniti davanti alla Cina” Con l’elezione di Joe Biden Europa e Usa sono uniti davanti alla Cina. Lo afferma Henry Kissinger, premio Nobel per la pace e consigliere di politica estera di tutti i presidenti degli Stati Uniti dai tempi di John F. Kennedy, intervistato da Mathias Döpfner per la Repubblica del 10 novembre. Che cosa rappresentano per il popolo americano le elezioni negli Stati Uniti e che cosa implicano per l’Europa e le relazioni transatlantiche? «Il risultato più importante sarà il grado con il quale il prossimo presidente riuscirà a ripristinare una certa unione nel popolo». È ottimista? «Conosco Biden da decenni e, pur essendo stato in disaccordo con lui su alcune questioni politiche, non è una persona che persegue i suoi obiettivi come uno schiacciasassi. Il problema per l’America sarà ricomporre le sue lacerazioni interne e comprendere che i problemi con i quali dovremo fare i conti dureranno ben oltre un’unica Amministrazione». Che cosa si aspetta sul versante della politica estera? «Una questione di cruciale importanza sarà quella delle relazioni con la Cina. Il problema ha due sfaccettature: la prima è la crescita della Cina, che provoca un cambiamento negli equilibri di potere del mondo. La seconda è la differenza ideologica. Per il futuro, il problema sarà capire in che misura il conflitto ideologico prevarrà sulle relazioni tra i due Paesi. La crescita delle capacità economiche e militari cinesi è una cosa, ma è in atto anche un consistente cambiamento nella natura di queste capacità».
 
Che cosa intende di preciso? «Prendiamo in considerazione, per esempio, la questione dei rapporti commerciali. È possibile ottenere un risultato negoziato quando grandi società del settore hi-tech si scontrano operando da piattaforme che hanno una portata globale? Oppure sarà possibile raggiungere accordi economici negoziati che equilibrino la relazione in modo tale che vari Paesi possano possedere quelle piattaforme? E di sicuro ci sarà un’evoluzione della tecnologia: questo implica che il conflitto militare sarà difficile da contenere». Come lo si potrebbe scongiurare? «Il mondo non dovrebbe scivolare in una situazione simile a quella della Prima guerra mondiale. È fondamentale valutare la possibilità di un controllo degli armamenti. Io rientro nel novero di quanti, oggi una minoranza, credono sia imprescindibile cercare di risolvere i problemi più gravi con i negoziati. Sono nato in Europa e ho trascorso gran parte della mia carriera occupandomi di problemi tra europei e americani. Riprendere in mano tutto ciò è indispensabile». In che misura le relazioni tra America ed Europa cambieranno? Penso ai rapporti con l’islamismo, la politica in Medio Oriente, in Cina, i rapporti con la Russia, il Nord Stream II. Pensa siano ingenue le aspettative di una nuova epoca di armonia? «Sarebbe un grave errore per l’Europa adesso festeggiare, come se un cambiamento alla presidenza degli Stati Uniti potesse ribaltare tutto quello che ha reso insoddisfatti gli europei. L’armonia richiede seri sforzi e impegno a dialogare sia in E uropa sia negli Stati Uniti sulle nostre idee riguardanti il futuro». Come valuta gli ultimi quattro anni di Trump? «Molte questioni sollevate erano serie. I rapporti economici tra Cina e Stati Uniti stavano pendendo da una parte sola. Pertanto, è stata giusta la decisione di dichiarare che il trasferimento delle acquisizioni tecnologiche e in generale il metodo di condurre gli accordi commerciali e i negoziati non potevano essere accettati a tempo indefinito. Il problema, adesso, è capire se si possa trovare un terreno comune a partire dal quale comprendere l’imperativo di non scivolare di scontro in scontro in tutto il mondo». Lei è stato l’artefice di uno dei cambiamenti più radicali nell’apertura alla Cina. Con il senno di poi, avrebbe fatto una scelta diversa? «Se si guarda all’evolversi delle relazioni, ci si rende conto che ci sono state molte fasi diverse. Quando i rapporti hanno iniziato ad aprirsi, né Nixon né io abbiamo mai creduto che l’ideologia cinese sarebbe cambiata in conseguenza di quei nuovi rapporti. A quell’epoca, l’obiettivo strategico principale era tener conto della Cina nella Guerra Fredda con l’Unione Sovietica e al tempo stesso aprire gli orizzonti del nostro popolo e dei nostri alleati».
 
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