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Al Otaiba: intese segrete a colpi di strette di mano, così abbiamo raggiunto gli Accordi di Abramo

Maurizio Molinari, la Repubblica, 16 ottobre 2020

Redazione InPiù 16/10/2020

Al Otaiba: intese segrete a colpi di strette di mano, così abbiamo raggiunto gli Accordi di Abramo Al Otaiba: intese segrete a colpi di strette di mano, così abbiamo raggiunto gli Accordi di Abramo Gli Accordi di Abramo sono il frutto di oltre un anno di negoziati segreti, sono stati condotti senza bozze scritte ma con patti suggellati «con strette di mano» e nascono dalla volontà degli Emirati Arabi Uniti di «aprire la strada alla modernità nel mondo dell’Islam»: ad alzare il velo sui retroscena della normalizzazione dei rapporti fra EAU ed Israele è l’architetto di questa intesa, Yousef Al Otaiba, ambasciatore emiratino a Washington, intervistato il 16 ottobre da Maurizio Molinari (Repubblica). Nato nel 1974 ad Abu Dhabi in una famiglia di commercianti, figlio di uno dei più stretti collaboratori del fondatore degli Emirati, Zayed bin Sultan Al Nahyan, cresciuto al Cairo ed educato alla Georgetown University di Washington, Al Otaiba è divenuto ambasciatore negli Stati Uniti dopo oltre venti anni al fianco di Sheikh Mohammed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e vice comandante supremo delle forze armate emiratine, meglio noto più semplicemente come “Mbz” da tutti coloro che, dentro e fuori in Medio Oriente, lo considerano il leader più potente, autorevole e visionario del mondo arabo. Nella prima intervista concessa ad un giornale europeo dopo le intese di pace – realizzata parlando via Zoom dal suo ufficio di Washington – Al Otaiba ci accompagna sul sentiero di Sheikh Mohammed per comprenderne le scelte. Come nasce l’idea della pace con Israele? «Abbiamo discusso a lungo fra noi negli Emirati quando e come normalizzare i rapporti con Israele. I segnali c’erano già da tempo: atleti israeliani venivano per eventi sportivi, il padiglione israeliano all’Expo 2020 e rappresentanti israeliani invitati in più eventi pubblici. Se l’accordo è avvenuto ora è per il dibattito in Israele sull’annessione di aree palestinesi nella West Bank. Ci siamo resi conto che l’annessione sarebbe stato un problema per la maggior parte degli Stati arabi, in particolare per la Giordania ma anche per Israele, che si sarebbe trovata isolata, e per l’America che avrebbe dovuto difendere la decisione. Abbiamo dunque pensato di scambiare la normalizzazione per la rinuncia all’annessione. Per questo le reazioni in Usa, Europa e mondo arabo sono state positive». Come sono iniziate le trattative? «Occasionalmente, quando parlai con qualcuno del team di Jared Kushner alla Casa Bianca su come prevenire l’annessione. La prima offerta degli israeliani fu un accordo di non belligeranza. Gli Usa ci fecero avere una bozza. Eravamo assieme a Oman, Bahrein e Marocco. Non eravamo contro ma poco dopo aver ricevuto la proposta Israele ha avuto ben tre elezioni in un anno, dunque non è avvenuto nulla». E quando finalmente Israele ha avuto un nuovo governo quale è stata la vostra mossa? «Gli abbiamo proposto un accordo di non belligeranza in cambio della rinuncia all’annessione ma gli Usa ci dissero: non funzionerà, vogliono la totale normalizzazione. Ed è stato allora che, all’inizio di luglio, il vero negoziato è iniziato. Attorno ad uno scambio: normalizzazione per rinuncia ad annessione». È stato un negoziato duro? «Dovevamo decidere le regole e le garanzie. Era l’inizio di agosto quando la discussione è incominciata. Nelle cinque settimane seguenti ho parlato più spesso con Jared Kushner, l’inviato Avi Berkowitz e il generale americano Miguel Correa, responsabile del Golfo nel Consiglio per la sicurezza nazionale, che con nessun altro in tutta la mia vita. Abbiamo sistemato tutto, ogni dettaglio». Quale è stato il fattore decisivo? «La fiducia. Ognuno ha preso impegni che ha mantenuto. Fino quasi alla fine non abbiamo mai messo praticamente niente sulla carta. Gli accordi li abbiamo fatti stringendoci la mano e solo davvero all’ultimo abbiamo scritto il testo. Ma il 90 per cento delle conversazioni si sono basate sulla fiducia reciproca». 
 
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