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Franceschini: “Da ex Br porto il peso della violenza che ha insanguinato l'Italia”

Concetto Vecchio, la Repubblica, 31 luglio

Redazione InPiù 31/07/2020

Franceschini: “Da ex Br porto il peso della violenza che ha insanguinato l'Italia” Franceschini: “Da ex Br porto il peso della violenza che ha insanguinato l'Italia” Da ex terrorista e tra i fondatori delle Brigate rosse porto il peso della violenza che ha insanguinato l’Italia in quegli anni. Lo afferma Alberto Franceschini intervistato da Concetto Vecchio per la Repubblica del 31 luglio a cinquanta anni dalla nascita delle Br. Franceschini, quanti anni aveva quando ha fondato le Brigate Rosse? «Ventitré. Avevo dato venti esami a Ingegneria, a Bologna. Dissi a mio padre che mi trasferivo a Milano, perché volevo iscrivermi al Politecnico. Invece passai in clandestinità». Le credette? «Secondo me no». Perché il 17 agosto 1970, al convegno di Pecorile, scelse di diventare un terrorista? «Il perché è complicato e semplice allo stesso tempo. C’erano stati vari tentativi di colpo di Stato e c’era stata la strage di piazza Fontana. Lo scontro sociale era fortissimo. Lo slogan della sinistra extraparlamentare era: “Lo Stato si abbatte, non si cambia”. Dovevi scegliere con chi stare». Gli strumenti che offriva la democrazia non erano sufficienti? «No, anzi c’era il dubbio che la democrazia fosse fasulla». A Pecorile venne sancito il passaggio alla clandestinità? «Sì, e implicava la lotta armata». Era una via senza ritorno? «Bisognava bruciare la propria carta d’identità davanti agli altri. Io assunsi quattro identità diverse. Nella falsificazione dei documenti fummo aiutati dalla mala milanese». Chi scelse il nome, Brigate Rosse? «Renato Curcio e Mara Cagol». È vero che la stella a cinque punte, il simbolo delle Br, venne ideata in trattoria, schizzata su un tovagliolo? «Sì. Ed è sbilenca. Fu un’idea mutuata dai Tupamaros, i guerriglieri dell’Uruguay. Volevamo che fosse utilizzabile da tutti. Cosa che puntualmente avvenne. Una volta, scherzando con Curcio, gli dissi: “Dovevamo chiedere i diritti d’autore”». Il primo sequestro, di Idalgo Macchiarini, il dirigente della Sit Siemens, lo ideò lei? «Sì, perché gli operai ci dicevano: “I dirigenti nelle fabbriche ci stanno massacrando”. Decidemmo allora di divulgare la sua foto con la pistola puntata in faccia. Era una Luger, un’arma tedesca, nazista. Ce l’avevano data i partigiani». Fu lei a puntargli la pistola in faccia? «Sì». Ha mai ucciso qualcuno? «No. E mi sono anche rifiutato di farlo». Le Br volevano sequestrare Giulio Andreotti. Perché non si fece? «Perché mi arrestarono e mi trovarono addosso dei numeri di telefono del suo studio». Andreotti non era scortato? «No. Me lo ritrovai a pochi metri, in mezzo alla gente, come uno qualunque, per cui a un certo punto mi sono chiesto: “Ma è veramente lui?” Mi avvicinai e gli toccai la gobba. Si voltò e mi guardò in maniera fredda. Era un obiettivo facilissimo». Nel settembre 1974 lei e Curcio venite arrestati e la guida passa a Mario Moretti. Chi è Moretti? «Uno con delle idee molto radicali, automatiche. Il giorno prima dell’arresto in una riunione dell’esecutivo delle Br - c’eravamo io, Mara, Renato e Moretti - ci fu uno scontro tra me e lui. Gli dissi che non era in grado di gestire la lotta armata, perché non aveva una cultura adeguata, era un sindacalista molto rigido. Gli consigliai di tornare in fabbrica». Il giorno dopo lei viene arrestato. «Forse Moretti mi ha fatto arrestare». Come spiega il fatto che non abbia mai voluto parlare con un magistrato? «Sottobanco ha parlato con chi voleva». Se non ci fosse stata la violenza armata oggi cosa sarebbe, un ingegnere in pensione? «Probabilmente sì. Io in realtà volevo andare a Cuba e sarei finito nei guai lo stesso. Vede, ogni persona è segnata dalla sua stella, che la porta a ragionare in un certo modo, a fare certe scelte. Ma alla fine non ho rimpianti, rimorsi invece sì». E il rimorso più grande qual è? «Aver favorito o comunque non essermi opposto alla violenza. La violenza cieca e terribile che ha insanguinato questo Paese».
 
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