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Easton Ellis: "Stupida America, cancel culture, identity politcs: sono scioccato per ciò che sta avvenendo”

Giuseppe Culicchia, La Stampa, 30 luglio

Redazione InPiù 31/07/2020

Easton Ellis: Easton Ellis: "Stupida America, cancel culture, identity politcs: sono scioccato per ciò che sta avvenendo” «Sono scioccato per ciò che sta avvenendo, è orwelliano. Oggi le statue possono essere distrutte, i dipinti possono essere rimossi, le opinioni possono essere modificate e rinominate dal New York Times, è un momento molto strano. E così il libro è più attuale ora di quanto non lo fosse quando è uscito lo scorso anno». Così uno dei principali scrittori americani, Bret Easton Ellis, che sul tema ha pubblicato nel 2019 il romanzo “Bianco”, intervistato da Giuseppe Culicchia per La Stampa del 30 luglioRecentemente il regista Spike Lee si è scusato per aver difeso Woody Allen. «La storia di Spike Lee mi ha sorpreso perché non sembrava nello stile di Spike Lee. Ma Spike Lee ha un nuovo film in uscita e il mondo dello spettacolo in America è governato dalle corporation e le corporation sono tendenzialmente contro Woody Allen. Quindi il responsabile della promozione del nuovo film di Spike Lee deve avergli spiegato che doveva ritrattare». A proposito di cancel culture e Woody Allen: la sua autobiografia è stata pubblicata in Italia da La Nave di Teseo, mentre in Francia si sono rifiutati di stamparla. Una vera forma di censura in nome del politically correct. «All’inizio nemmeno qui da noi c’era un editore disposto a pubblicare il libro di Woody Allen, ma alla fine è uscito. L’ho letto ed è bellissimo, molto divertente. Il problema è che l’editore che stava per pubblicarlo qui negli Stati Uniti ha pubblicato anche Ronan Farrow, il figlio presunto di Woody, anche se assomiglia così tanto a Frank Sinatra, con cui la madre aveva una relazione mentre stava con Allen. Dunque il libro di Woody Allen non poteva essere pubblicato dalla stessa azienda che pubblica Ronan Farrow. Inoltre qui in America vige la narrazione secondo cui Allen è colpevole, anche se quando leggi questo libro capisci chiaramente che non lo è. E certo decidere di non pubblicarlo perché lo si ritiene colpevole, al di là del fatto che nessun tribunale lo ha condannato, è una forma di censura. Ma il problema è che le corporation sono notoriamente politically correct e di sinistra. Ora, io ho sempre sentito di appartenere a quella parte, ma poi lentamente mi sono spostato verso il centro. Non a destra, perché non sono un conservatore, un repubblicano: ma mi sono allontanato dall’“illiberalismo” della sinistra in questo Paese, e il caso Allen è un esempio perfetto del perché». Un altro caso è quello di Roman Polanski: c’è chi pensa che i festival non dovrebbero più accogliere i suoi film. «Se uno considera tutta la musica che ama, tutti i film che ama, tutte le opere che ama, tutta l’arte che ama e giudica ogni cosa in base alla biografia degli artisti, beh, probabilmente non resta granché. L’arte viene per prima. Ma ciò che sta succedendo ora, ed è molto interessante che sia successo negli ultimi dieci anni, è che l’artista è la star. Oggi è l’identità dell’artista a dare un significato al suo lavoro. Se sei transessuale, se sei gay, se sei una persona di colore, allora questo diventa il tuo biglietto da visita. E ciò che conta non è necessariamente ciò che hai creato ma ciò che porti in scena come identità. Ed è una cosa spaventosa, perché è il fondamento di una società alla quale non importa dell’arte ma che ritiene si debba guardare prima all’artista. Roman Polanski è davvero un bravo regista, e in nessun modo glielo si può togliere. E penso che quello che è successo nel 1976-77 sia stato risolto da entrambe le parti, dalla ragazza e anche da Hollywood in un certo senso, perché gli hanno dato l’Oscar per Il pianista. Non posso guardare un film di Roman Polanski o di Woody Allen e automaticamente rifiutarli per i difetti che hanno come persone, non sono mai stato in grado di farlo».
 
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