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Piano: sul ponte ci vedo le mani di chi ci ha lavorato

Francesco Merlo, Repubblica, 8 luglio

Redazione InPiù 10/07/2020

Renzo Piano Renzo Piano Sotto il nuovo ponte di Genova non c’è il mare, ma Renzo Piano del mare qui ha portato la luce. E qualche volta alle sei di sera viene ad aspettarla: «Genova ha il mare a sud e dunque, quando il giorno è finito e la notte non è cominciata, la luce rimbalza sull’acqua e arriva qui. Le pile di cemento – spiega a Francesco Merlo che l’ha intervistato per Repubblica dell’8 luglio - non sono quadrate ma sono ellissi, con radici curve, e perciò anche il passaggio dalla luce all’ombra segue la curva e diventa dolce. E’ una carezza di luce, un flirt al quale partecipa il vento perché l’acciaio nell’ultima scocca finisce frastagliato, il bordo si sfrangia nelle vibrazioni come l’ala di un uccello. E non per una pulsione estetizzante. Così impedisce il rumore, non si fa investire dal vento ma di nuovo si lascia accarezzare, si adatta alle turbolenze, ed è un fenomeno anche acustico. L’avevamo sperimentato con il ponte di Ushibuka in Giappone che è lungo quasi 900 metri e collega tre isole battute da fortissimi tifoni». E’ davvero bello, sembra rimpicciolirsi in dissolvenza, a poco a poco. Ma è bello anche perché, nell’Italia-manicomio, è diventato il simbolo del Paese stremato che può farcela. Ci vogliono le catastrofi per ritrovare competenze e amore? «Il rapporto tra le catastrofi e i cantieri, non solo edili, è stato a lungo studiato. Londra divenne moderna dopo l’incendio del 1666 e dal Big Fire di Chicago del 1871 è nata l’architettura moderna: il grattacielo. Io, che l’ho sperimentato a Berlino, dico solo questo: per progettare e costruire ci vogliono l’ottimismo e le competenze, che sono le specie diverse dello stesso elemento: geologi, topografi, palificatori, escavatoristi, gruisti, movieri, muratori, carpentieri, ferraioli, saldatori, elettricisti, idraulici, dronisti, montatori, sabbiatori, ponteggiatori, verniciatori, acciaisti, tracciatori, fuochini, demolitori, esplosivisti, manovali, ingegneri, architetti». Mi rendo conto che quando alziamo gli occhi non vediamo lo stesso ponte. «Io lo guardo e nella meraviglia del “toh, l’ho fatto io” ci vedo le impronte delle mani di chi ci ha lavorato, in un certo punto vedo il gruista che ha messo giù le tre campate più grandi, che sono lunghe cento metri e pesano 1600 tonnellate l’una… Credo che capiti a tutti quelli che lavorano con le mani: immagino che la ricamatrice, toccando con le dita la tela che ha ricamato, ritrovi nel punto saltato la propria miopia. Io vedo qui anche i progetti che abbiamo disegnato e scartato. E vedo sempre l’altro ponte, quello che è crollato, il ponte di Riccardo Morandi che come tutti i genovesi anche io ho molto amato».
 
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