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Jefferson: “Il Freedom Day diventi festa nazionale. Il razzismo non è sconfitto”

Antonio Monda, la Repubblica, 18 giugno

Redazione InPiù 19/06/2020

Jefferson: “Il Freedom Day diventi festa nazionale. Il razzismo non è sconfitto” Jefferson: “Il Freedom Day diventi festa nazionale. Il razzismo non è sconfitto” Margo Jefferson è una delle pochissime autrici americane che ha vinto sia un Pulitzer per la critica che un National Book Award per il memoir Negroland. Intervistata da Antonio Monda per la Repubblica del 18 giugno, parla del Freedom Day, che lei preferisce chiamare col nome originario “Juneteenth”: il 19 giugno la comunità afroamericana celebra l’annunzio della fine della schiavitù proclamato nel 1865 dal generale Granger a Galveston in Texas. Da Richmond, che fu capitale degli Stati confederati, arriva la notizia che la Virginia trasformerà il giorno in festa statale, come anche lo Stato di New York. Twitter ha deciso di renderlo festa aziendale: il tutto mentre Donald Trump aveva chiamato a raccolta nello stesso giorno i suoi sostenitori a Tulsa, teatro nel 1921 di uno dei peggiori massacri della comunità afroamericana, prima di rinviare il comizio a sabato. Ritiene che Juneteenth dovrebbe diventare festa nazionale? «Assolutamente sì, perché segna un momento fondamentale nella storia di questo Paese e ricorda i due anni passati dalla fine effettiva della guerra al momento in cui Granger proclamò la fine della schiavitù. Quei due anni sono il simbolo del tragico ritardo con cui la gente di colore è costretta a vivere dopo esser passata sotto l’abominio della schiavitù. È il simbolo del ritardo con cui un intero popolo ha accesso a un’adeguata sanità, agli alloggi, al lavoro…». Com’è possibile che il Paese che ha per simbolo la Statua della libertà viva tuttora episodi così mostruosi di razzismo? «Il discorso si può estendere a ogni forma di pregiudizio. È una costante eterna dell’uomo: il “diverso” mette in crisi e spaventa, quindi bisogna mortificarlo o distruggerlo. Ciò purtroppo è vero a ogni latitudine: qui fa più impressione perché il Paese nasce su una promessa di accoglienza e integrazione. Purtroppo penso che non vedrò la fine del razzismo, né forse la vedranno i nostri figli: ci vorrà molto tempo e il nostro compito è quello di tenere alta la tensione su un tema morale, prima ancora che politico». Pensa che la legge sia sufficiente a cambiare un’attitudine? «Nella stessa misura in cui il divieto di uccidere agisce sul numero degli omicidi. Tuttavia è fondamentale che ci siano leggi rigorose per evitare che altre atrocità. Le leggi non portano un reale cambiamento fin quando il popolo non le rende sostanza del tessuto sociale e quindi imprescindibili». Ritiene che la presidenza Obama abbia rappresentato un’opportunità mancata? «Cominciamo col dire che è un uomo preparato e pieno di dignità: niente a che vedere con l’attuale presidente. Detto questo, avrei voluto di più da Obama, soprattutto sul controllo delle armi, il diritto dei migranti e le leggi riguardo alla polizia». 
 
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